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Nontantoprecisi Associazione

Via Castelguidone 4, 00159 Roma, Lazio, Roma
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Il teatro, l'arte, come luogo-spazio per lavorare alla trasformazione delle soggettività e del mondo

LA NOSTRA STORIA

L’idea che ha portato alla costruzione del gruppo teatrale dei nontantoprecisi si è sviluppata a partire dal 2006, quando alcune persone, a partire da percorsi differenti, si sono incontrate nel Centro Diurno “La Voce della Luna”, all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico di Roma “Santa Maria della Pietà”.

Nel 2012 queste persone hanno scelto di abbandonare il circuito psichiatrico e hanno fondato una compagnia teatrale informale, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Integrata Passepartout, guardando, anche attraverso le attività della Cooperativa, il teatro come luogo-spazio per lavorare alla trasformazione delle soggettività e del mondo, cercando un teatro di invenzione che dia ai suoi oggetti esistenza.

nontantoprecisi hanno intrapreso, così, un cammino di ricerca e sperimentazione sugli elementi fondamentali del dispositivo teatrale:     “spazio-tempo-corpo”.

Come ti muovi, quando ti muovi? E cosa stai muovendo ora? Puoi essere fermo, eppure il tuo cuore batte, le tue palpebre, il tuo diaframma si muovono. Ti muovi, cammini, ti arresti… che cosa di te si arresta e poi procede?

Cosa c’è da guardare, vedi niente lì? Quando quel vaso per te diventa un vaso? E quando diventa altro, e come? Quella nuvola e quella donna, che ora corre cercando di prendere l’autobus, come le vedo, quali sono le relazioni con le altre nuvole e con gli altri passeggeri? Fermo! Aspetta, ascolta, cerca.

Per i nontantoprecisi  fare teatro vuol dire costruire ogni giorno, col lavoro espressivo e creativo di ciascuno, il teatro comune, inteso anche come costruzione di collettività, come possibilità di condivisione. In questo senso quello dei nontantoprecisi è anche teatro quotidiano, cioè agire continuo in vicinanza, confronto, riflessione costante e collettiva. Si tratta dell’impossibile possibilità di sperimentare la realtà di ogni giorno componendone le visioni e le molteplici possibili narrazioni, arrischiandosi alla sfida di trasformarla trasformandosi.

Il  teatro è per i nontantoprecisi vivere l’arte nella sua  rivoluzionaria concretezza: quella dei corpi, che danno allo spazio e al tempo le dimensioni della vita. Per questo non si tratta di mero teatro, ma di ricerca della trasformazione radicale dell’ esistenza.

nontantoprecisi svolgono il loro lavoro attraverso un laboratorio continuo sul corpo, lo spazio e il tempo, coordinate imprescindibili della cultura e della civiltà umana. Lavorano in teatro per dare corpo alle visioni che hanno raccolto durante la loro ricerca. Sperimentano la possibilità di dare scena allo spazio dei vicoli, dei cortili, del paesaggio, dei villaggi e dei piccoli paesi come delle grandi città che, via via, visitano e frequentano, cercando le tracce che costituiscono la nostra storia. Sono attratti dall’enorme risorsa dell’attore che, in una poliedrica partitura di spazio e tempo, può proporre luoghi, momenti e corpi diversi. Sono in teatro, per le strade, le piazze, per fermarsi ad ascoltare, sentire, vedere, imparare a rifiutare tutto ciò che non hanno scelto, prendendosi solo quello che vogliono: tutto il resto!

Ecco, il lavoro molecolare dei nontantoprecisi risiede proprio nel provare a sentire le articolazioni del corpo, ma anche del tempo e dello spazio, attimo per attimo, cellula dopo cellula.

La scena è la composizione di 14 attori che con il regista lavorano tutti insieme, sempre in scena, provando a mettere in forma lo scrupoloso analitico lavoro su questo reale.

Sì perché, su questo reale che poco ci piace, pensiamo si possa intervenire per sovvertirlo, o provare a farlo.

Questo, in sintesi, è il percorso da cui nascono gli spettacoli dei nontantoprecisi che, sicuramente meglio di qualsiasi descrizione, manifestano il percorso artistico di ricerca e sperimentazione del gruppo.  Un percorso che inizia indagando e confrontandosi con le possibilità espressive dello spazio scenico, la sua capacità di suscitare emozioni e costruire senso, quando sia vissuto con  presenza  e  partecipazione  collettiva.  Ma l’incontro fra i nontantoprecisi e il pubblico non si riduce ai soli spettacoli. Periodicamente, la ricerca viene decostruita e ampliata in un laboratorio, un laboratorio aperto a quanti vogliano vedere, spogliarsi, vedersi e vestire il proprio abito.

IL TEATRO COME CREAZIONE DEL POSSIBILE

Vorremmo iniziare con l’individuare alcuni oggetti intorno ai quali crediamo di aver lavorato e grazie ai quali sono maturate le nostre idee.

Individuiamo nel cinema di Fabrizio Ferraro, di Arturo Lavorato e di Felice D’Agostino, in quello di Straub e Huillet, nell’anti-psichiatria di Deleuze e Foucault, in Artaud, alcuni dei luoghi dove più frequentemente ci siamo soffermati e che più di altri ci hanno aiutato a ricercare, esplorare e arare il campo del possibile.

Oggetti ovviamente diversi che hanno definito funzioni e relazioni differenti. Non solo, ma anche oggetti che non tutti hanno frequentato nella stessa misura, semplicemente perché non interessati. Questi sono, per quanto ci riguarda, solo alcuni dei giganti sulle cui spalle ci siamo appoggiati per provare a vedere cosa ci fosse dopo. Vedere l’invisibile è stato ed è il progetto di questo progetto. Niente di più, niente di meno.

Quella lista della spesa degli oggetti frequentati dice dell’eterogeneità e della complessità degli attraversamenti e dei concatenamenti che ci percorrono e che continuiamo a sperimentare.

Crediamo che in ogni luogo, in ogni lavoro, sia stata sempre, o quasi sempre, visibile una tensione a non accontentarsi di una storia già scritta, di un corpo già fatto, di un visibile già visto: abbiamo provato a mettere al mondo un mondo abitabile, potabile, nel quale fosse possibile non pensare e non pensarsi più in termini di “utilizzabili” e di funzionalità economiche.

Se volessimo rintracciare una sorta di comune denominatore che possa farci pensare ad un disegno d’insieme del nostro agire, potremmo forse immaginare che in tutti gli ambiti da noi affrontati, in tutte le esperienze che ci hanno attraversato, c’era sempre, o molto spesso, la ricerca di quella che potremmo chiamare Cosa. Infatti, le modalità che ci vengono offerte o addirittura imposte, per esempio, dalla psichiatria, ma anche dalla cultura, dal lavoro, o dall’arte, sono quelle di edifici ideologici definiti ed inespugnabili, che concorrono, ognuno con la propria forma, a definire per intero le nostre soggettività. Saperi, poteri, strategie. Allora, affrontando questi luoghi, luoghi produttori incessanti di un sapere e di una storia ad esso correlata, abbiamo iniziato, con il nostro movimento, a togliere, decostruire questi saperi, queste pratiche che, con tanta forza e tanta violenza, ci mettono al mondo. Linguaggi, cose, definizioni; attraverso l’armamentario della nostra quotidianità riceviamo quei nomi che definiscono ogni giorno la nostra essenza/assenza.

Dal nome del Padre discende tutta la generazione dei nomi e delle cose, delle funzioni e delle libertà possibili (che quelle impossibili sono innominabili!): malati, sani, omosessuali, femmine e maschi, attori, registi, schizofrenici, negri, milze, gomiti, operatori, pazienti, psichiatri, artisti, vero, falso…

Dietro o sopra tutto, dietro o sopra la coperta dei significanti, c’è un mondo che non si esaurisce con la prigione dei nomi. Si dischiude, infatti, il mondo dei significati liberi, quel mondo in cui un significante deve ancora renderli statue di sale.

Quello che c’è prima del nome. Dietro o sopra. Lo dici e l’hai già perso. Questa visione invisibile ma molto concreta, la Cosa con la quale abbiamo avuto a che fare e con la quale avremo a che fare. Attraversare la Cosa significa imbarcarsi in un sentiero oscuro attraverso il quale i nomi non ti aiutano più ed allora che appare l’abissale “altro”.

Un’ architettura quella che abbiamo messo in piedi, non un pensiero debole o postmoderno. Un’architettura per la cui edificazione ne va della nostra perdita: non siamo rimasti muti, in attesa dell’avvento di un nome, ma ci siamo messi in cammino scoprendo un campo, un tempo, uno spazio. Dentro i nomi, dentro l’istituzione, sempre a scavare come la vecchia talpa. L’abbiamo fatto attraversando tutti i livelli del rischio, imparando ogni volta, nel mentre ci si arrischiava, a sopravvivere alla visione dell’orrido. Ti ricordi del Giovanni Battista del Caravaggio? Ogni volta così, disperati diventiamo Caravaggio insanguinati. In questo sguardo tra l’attonito e il disperato, troppe volte siamo stati presi e troppe volte abbiamo rischiato di perdere la gioia necessaria all’abbandono. In questi sguardi si gioca il nostro perderci dai nomi per conquistare l’aperto materiale di un quadro con cornice. Pensiamo sia questo: portare, portarci a stare a starci nel o tra i momenti che trapassano. Non più, non ancora: senza nomi.

L’equilibrio sta proprio in questo: nello stare tra i nomi, spogliandosi di e da essi. Mai muti, ma nel silenzio degli sguardi. Ti conosco, ti riconosco, la piega della bocca, la cassa toracica che si apre e poi si richiude, fermo, segmenta, ascolta!

E la luce? Abbiamo, forse, imparato che senza imparare a riguardare una luce che ci sorprende, non ci può essere un mondo visibile e quindi abitabile. Vogliamo sorprenderci, essere presi quando meno ce l’aspettiamo, mostrarci il catalogo del visibile: fateci vedere quello che altrimenti rimarrebbe sempre muto. No, non il vero, non la Visione. Finito il tempo delle messe. Ma un altro sguardo su di te. Voglio vederti con la tua luce. La tua. E la mia. Chiunque tu sia: Bacca, Francesco, statua di sale, voglio che la luce illumini la tua voce!

Ed il tempo? Esso non diviene mai nome se non hai un orologio. Passa, passa e vedi, incominci a vedere: la visione procede da un tempo. Coraggio tu, ogni tempo ha la propria visione!

E allora? E allora la Cosa l’abbiamo solo circoscritta, la vediamo dal davanzale delle nostre azioni. Tempo, luce, corpi, non abbiamo altro che questo per non dirci con le filastrocche dei nomi, dei poteri, delle strategie. Sottraendoci senza fuggire, ci sottoponiamo ai nostri sguardi, ai nostri respiri, alle nostre musiche per imparare a camminare all’aperto. Ti vedo, mi vedi. Stop

Tipo:
Associazione
Anno di costituzione:
2020
Dipendenti / collaboratori / associati:
9

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