Il Professor Croce, psichiatra e tra i partecipanti alla terza edizione del Master "Poetica", è stato intervistato da Eleonora Marini dell'Ufficio Stampa di Club Medici e ha espresso le sue considerazioni sulla complessità dei disturbi del neurosviluppo alla violenza giovanile, fino al ruolo dell’empatia e della relazione nella cura; vi riportiamo l'intervista integrale, presente anche su La Voce dei Medici
Professore, la sua carriera si è sviluppata tra clinica, ricerca e impegno istituzionale: quali sono stati i passaggi più significativi del suo percorso?
Riconosco alcuni snodi che hanno dato forma al mio modo di intendere la professione. La radice è l’internato all’Istituto di Farmacologia di Milano, sede di Brescia, con il professor Marco Trabucchi: lì ho imparato il rigore della ricerca clinica e ho coltivato una sensibilità neurobiologica che non mi ha più abbandonato. In parallelo, la formazione psicoanalitica con Michele Minolli al SIPRe mi ha insegnato che la relazione clinica non è un accessorio della tecnica, ma il suo cuore.
Il secondo passaggio è stato l’apertura internazionale: il Boston University Center for Psychiatric Rehabilitation, il Department of Psychiatry di Chicago, e poi nel 2009 il National Leadership Consortium della University of Delaware. Da quegli anni nasce il dialogo trentennale con l’AAIDD – l’associazione americana che ha rivoluzionato il modo di pensare la disabilità intellettiva – e la traduzione in italiano dei loro manuali fondamentali, dalla SIS al testo di classificazione fino alla 12ª edizione del 2022.
Il terzo snodo è la dimensione istituzionale: la presidenza del Comitato Scientifico Nazionale ANFFAS dal 2011 al 2020, la partecipazione alla Commissione Redigente della Legge Delega sulla Disabilità con le ministre Stefani e Locatelli, e oggi la presidenza del Comitato Tecnico-Scientifico per l’implementazione del sistema InCare62 di ANFFAS. Sono i luoghi dove la ricerca diventa norma, e la norma può tornare ad essere cura.
Sullo sfondo, la direzione di realtà cliniche complesse – dal Sacro Cuore Fatebenefratelli al Centro Domino per l’Autismo, dal Centro Villa Tina di Olbia al Centro Studi Sostegno di Brescia – e il lavoro accademico in Cattolica con il CeDisMa: una traiettoria che ha sempre cercato di tenere insieme la persona davanti a me e il sistema che dovrebbe accoglierla.
Quali sono oggi le principali criticità nella presa in carico dei minori con disturbi complessi del comportamento?
La prima criticità è epistemologica e riguarda lo sguardo. Continuiamo troppo spesso a leggere il comportamento problema come un sintomo da sopprimere, invece che come una comunicazione di un bisogno non riconosciuto. Con i colleghi del Centro Studi Sostegno abbiamo proposto sul Giornale Italiano dei Disturbi del Neurosviluppo il modello RABCD-S, che prova a restituire dignità neurobiologica e relazionale a questi comportamenti: dietro un’aggressività, un’autolesività, un ritiro estremo, c’è quasi sempre un’attivazione del sistema nervoso che chiede di essere letta dentro la storia della persona e del suo contesto.
La seconda criticità è organizzativa. I servizi di neuropsichiatria infantile sono sottodimensionati e frammentati, e tendono a intervenire per prestazioni episodiche quando invece servirebbe continuità longitudinale. È particolarmente grave nei passaggi delicati come l’adolescenza e la transizione all’età adulta – ciò che in letteratura si chiama il transition cliff, il precipizio dei diciotto anni, quando il ragazzo “esce” dalla neuropsichiatria infantile e rischia di non trovare più nessuno.
La terza criticità è la sovradiagnosi, in particolare dell’autismo: un tema su cui ho recentemente sottoposto un contributo a Frontiers in Psychiatry. Quando una categoria diagnostica diventa contenitore di ogni atipia comportamentale, perdiamo la capacità di fare diagnosi differenziale fine, e con essa la possibilità di progettare interventi davvero specifici.
Il punto culturale, infine, è il più importante: dobbiamo smettere di pensare il bambino con disturbi complessi come un “caso clinico” e iniziare a pensarlo come una persona con un progetto di vita che inizia da subito, dentro una famiglia, una scuola, una comunità.
Si parla sempre più di violenza giovanile fuori controllo: siamo di fronte a un’emergenza clinica o a un problema sociale che si manifesta anche in ambito sanitario?
Credo sia un errore di prospettiva porre l’alternativa in questi termini. La violenza giovanile è un fenomeno sociale che, nella misura in cui non viene riconosciuto e accompagnato, finisce per psicopatologizzarsi e arrivare ai nostri servizi quando ormai si è cronicizzato.
L’esperienza più che ventennale come Consulente Tecnico d’Ufficio per i Tribunali di Brescia, Bergamo e Milano mi ha convinto che dietro un adolescente violento c’è quasi sempre un bambino che non è stato visto: fragilità del neurosviluppo, traumi precoci, disregolazioni emotive, contesti familiari e scolastici che hanno fallito nel loro compito di accompagnamento.
Non possiamo medicalizzare il disagio sociale, ma non possiamo nemmeno ignorare che certe condotte rivelano sofferenze reali. La risposta non può essere solo sanitaria, né solo securitaria. Serve un’alleanza tra scuola, servizi territoriali, terzo settore e famiglie, dentro una cornice etica che io chiamerei di prossimità: stare vicino prima che il problema esploda, non dopo. È una lezione che mi viene anche dal volontariato che pratico fin dal 1988 con A.V.O., Croce Rossa, e nei consultori familiari: fuori dall’ospedale, dove la prevenzione si gioca davvero.
Ha ricevuto un importante riconoscimento negli Stati Uniti per il suo lavoro: cosa ha rappresentato per lei questo premio?
Il Sesqui Award for Practice, conferito in occasione del 150° Annual Meeting dell’AAIDD a Chicago nel giugno 2026, arriva quindici anni dopo il Premio Internazionale AAIDD ricevuto a Minneapolis-St. Paul nel 2011.
Per me ha rappresentato innanzitutto il riconoscimento di una comunità scientifica che ha accompagnato il mio lavoro per trent’anni, e che ha visto in esso un contributo originale al ponte tra cultura anglosassone dei sostegni e tradizione clinica italiana. Lo condivido idealmente con tutti i collaboratori – penso a Federica Di Cosimo, Marco Lombardi, Maggie Nygren, e ai maestri che mi hanno formato: Buntinx, Schalock, Verdugo, Thompson, Fletcher, Brown – senza i quali nulla sarebbe stato possibile.
In mezzo, due cose che pesano almeno quanto il premio: l’aver fatto parte dell’Advisory Committee per la 12ª edizione del manuale AAIDD (2017–2021), e la traduzione italiana ufficiale di quella stessa edizione (Erickson, 2022), preceduta dalla traduzione della Scala dell’Intensità dei Sostegni nel 2008. Sono i mattoni con cui si è costruito un trasferimento culturale.
Più che chiudere un percorso, un riconoscimento di carriera lo rilancia: e mi spinge a portare avanti con ancora più convinzione il lavoro su VMDPro e InCare62, sul D.Lgs. 62/2024, e sui progetti come IN & AUT e APIA per l’autismo.
In Italia dove vede ancora i maggiori limiti del sistema di neuropsichiatria infantile?
Il limite più visibile è la sproporzione tra domanda e offerta: liste d’attesa che superano l’anno, professionisti in sofferenza, territori interi scoperti. Ma questo è il sintomo, non la malattia.
La malattia, a mio parere, è una visione ancora troppo prestazionale e poco progettuale. Continuiamo a pensare per certificazioni, ore di terapia, accessi ambulatoriali, e troppo poco per progetti di vita. Il D.Lgs. 62/2024, se applicato bene, può rappresentare un cambio di paradigma: dal silos sanitario al budget di progetto integrato, dalla diagnosi alla valutazione multidimensionale, dalla prestazione al sostegno. È proprio su questo che lavoro con il modello APD-ESORT, con il Toolkit PDV-IPP/VMDPro sviluppato con Federica Di Cosimo e Susanna Semeraro, e con il sistema InCare62 di ANFFAS Nazionale: tradurre i principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità in procedure operative concrete. L’esperienza di consulenza al Comune di Milano per i Progetti di Vita Individualizzati nel 2024–2025 mi ha mostrato quanto questo lavoro sia faticoso ma possibile.
Un secondo limite riguarda la formazione. Troppi specialisti escono dalle scuole di specializzazione con solide competenze neurobiologiche ma con scarsa esperienza dei contesti di vita reale – la scuola, il territorio, il Terzo Settore. Senza questa cultura ecologica del sostegno, la migliore neuropsichiatria rischia di restare sterile. In trent’anni ho seguito circa trecento tesi di laurea, master e specializzazione, e mi sono convinto che la formazione si gioca tanto nei contesti quanto sui libri.
Il terzo limite è culturale: la voce delle persone con disabilità e delle loro famiglie è ancora troppo spesso considerata accessoria, quando invece la Convenzione ONU ci dice che è costitutiva. Niente su di noi, senza di noi: è uno slogan che dobbiamo prendere finalmente sul serio.
Lei ha partecipato al master “Poetica” di Club Medici: cosa le ha lasciato questa esperienza dal punto di vista umano e clinico?
L’esperienza di Nemi è stata, per me, un ritorno a casa. Da sempre coltivo un dialogo con la filosofia e la letteratura – Heidegger, Jonas, Ricoeur, Lévinas sono autori che frequento da decenni – ma il master Poetica mi ha permesso di riconoscere che la scrittura, la poesia, la riflessione narrativa non sono un altro rispetto alla clinica: ne sono una dimensione costitutiva.
Quando incontro una persona con autismo grave, una famiglia in difficoltà, un adolescente con comportamenti complessi, ciò che mi permette di stare nella relazione non è solo il sapere tecnico, ma una postura che è anche poetica nel senso etimologico: capacità di fare, di dare forma a ciò che incontro. Non a caso l’epigrafe che apre il mio curriculum è una frase che da anni mi accompagna: “Chi, sulla strada della vita, non è capace di aspettare gli ultimi, in realtà non sa dove andare”. La poesia, in clinica, è prima di tutto questa capacità di attesa.
Umanamente, è stata una boccata d’aria: ritrovarsi tra medici che condividono il bisogno di nutrirsi di parole, di silenzi, di letture, è qualcosa che mi ha restituito un senso di comunità professionale che spesso si perde nella quotidianità dei servizi.
Che ruolo hanno arti e cultura nella promozione del benessere dei medici e nella prevenzione del burnout, soprattutto in professioni ad alta intensità emotiva come la neuropsichiatria?
Nella mia esperienza, il burnout non nasce dal troppo lavoro: nasce dal lavoro privo di senso. Quando perdiamo la capacità di leggere ciò che facciamo dentro una cornice di significato, anche le quaranta ore settimanali diventano insopportabili.
Le arti e la cultura – la lettura, la poesia, la musica, il teatro – non sono un hobby che il medico si concede per staccare. Sono strumenti di rielaborazione: ci permettono di mettere in parola ciò che la clinica ci consegna in forma muta, e di sostare dentro quella che Ricoeur chiamava la narrazione, condizione di ogni identità che voglia restare viva.
Per chi lavora con il neurosviluppo, in particolare, il rischio è duplice: da un lato l’identificazione eccessiva con la sofferenza dei bambini e delle famiglie, dall’altro la corazza tecnica che ci difende ma ci isola. Le arti aiutano a stare in equilibrio: ci permettono di sentire senza essere travolti, di pensare senza congelarci.
Aggiungo una considerazione che mi sta a cuore. Anche di fronte alle nuove tecnologie – e penso al toolkit AI-CARE che sto sviluppando con Federica Di Cosimo per il CeDisMa, sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei servizi alla persona – la cultura umanistica è ciò che ci permette di restare umani. Senza una solida formazione filosofica e narrativa, il medico rischia di diventare un tecnico al servizio dell’algoritmo. Con quella formazione, può invece usare l’algoritmo come uno strumento al servizio della persona.
Per questo credo che la formazione medica dovrebbe includere stabilmente le medical humanities e che le istituzioni sanitarie dovrebbero favorire spazi di scrittura riflessiva, di gruppo Balint, di confronto. Non è un lusso: è prevenzione primaria.
Qual è infine il messaggio più importante che sente di voler trasmettere ai medici più giovani?
Vorrei dire loro tre cose.
La prima: non abbiate paura della complessità. La medicina, e ancor più la neuropsichiatria, vi metterà di fronte a situazioni che nessun manuale può risolvere. Imparate a stare nell’incertezza senza cercare scorciatoie diagnostiche o farmacologiche. La complessità si abita, non si scioglie.
La seconda: ricordate che la persona davanti a voi non coincide mai con la sua diagnosi. Una diagnosi è uno strumento, non un destino. La sfida vera è cogliere la singolarità irriducibile di ogni storia – ciò che chiamo l’irriducibilità narrativa – e costruire intorno a essa un progetto. Gli esiti che contano non sono la riduzione dei sintomi, ma la qualità della vita, l’autodeterminazione, la partecipazione, il rispetto dei diritti.
La terza, forse la più importante: cercatevi dei maestri. Io ne ho avuti tanti – Trabucchi, Minolli, Buntinx, Schalock, Verdugo, Thompson, Fletcher, Brown – e devo a loro tutto ciò che so. La formazione non è solo studio: è apprendistato, è confronto critico, è dialogo con qualcuno che vi precede. Non smettete mai di cercare interlocutori più esperti, anche quando sarete voi stessi maestri.
E un’ultima cosa, sottovoce: trovate il tempo di leggere, di scrivere, di ascoltare musica, di camminare. Non per fuggire dalla professione, ma per restarvi dentro con tutta la ricchezza umana di cui siete capaci. Perché alla fine – me lo ricorda l’epigrafe del mio curriculum – chi non è capace di aspettare gli ultimi, in realtà non sa dove andare.
📷 Photo credit: Patty Brito on Unsplash