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2 luglio 2020 Un Rito Laico per onorare i defunti e celebrare la vita.

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2 Luglio 2020 - 2 Luglio 2021
18:30 GMT +01:00
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Per onorare i defunti del periodo Covid e celebrare la vita

 

Nel tardo pomeriggio del 2 luglio 2020 ci siamo ritrovati sotto un cielo grigio che minacciava pioggia e grandine, i sanitari dell’A.O. Ordine Mauriziano e i familiari delle persone decedute nel nostro ospedale, nel periodo Covid, ovvero nella prima ondata pandemica, (marzo-maggio 2020). Eravamo più di 250 nel giardino dell’ospedale Mauriziano di Torino. Chi aveva perso un proprio caro e chi lo aveva accompagnato sino alla fine. E’ stata la prima volta che due dolori così grandi si sono incontrati per con-dividere un Rito e quelle lacrime dall’identico sapore, quello della fragilità di fronte alla Morte. La fragilità di chi è chiamato a curare, ad alleviare il dolore e la sofferenza e quella di chi è stato obbligato ad una distanza straziante per non aver potuto accompagnare i propri cari per l’ultima volta.

Un Rito Laico quindi, un tempo di condivisione necessario per riconoscersi reciprocamente. Insieme abbiamo piantato un Ulivo, elemento simbolico potente, che ha permesso un movimento di connessione e di comprensione empatica reciproca. Non per caso, ci siamo dati appuntamento in un giardino. Il giardino luogo e simbolo della vita e della bellezza, luogo di cui prendersi cura per preservare quella bellezza, nel tempo del grande ciclo dei viventi. Un Rito Laico che si fa azione teatrale di rappresentazione dell’umano, secondo la metodologia di Teatro Sociale e di Comunità, (T.S.C.)[1]. L’azione teatrale quindi oggi come necessità per rigenerare la speranza. La metodologia di T.S.C. va qui intesa come visione del mondo, Weltanschauung, che ha radici profonde nella legge del Dono – Controdono – Contraccambio,[2] da sempre capace di accompagnarci nel costruire e moltiplicare capitale sociale, legami e movimenti di senso, condivisi e condivisibili, nella comunità e per la comunità. Un Rito con l’obiettivo di produrre un cambiamento in termini di empowerment, ben-essere e salute per tutti.

Il Rito Laico mauriziano si pone come azione concreta, fattibile e riproducibile che favorisce il raggiungimento nell’Agenda O.N.U. 2030 dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n°3: “Assicurare la Salute ed il Benessere per tutti e per tutte le età”. 

 

Come nasce l’idea del Rito

 

Da alcuni anni è attivo all’interno dell’A.O. Ordine Mauriziano di Torino il gruppo aziendale Salutearte[3]. Mission del gruppo: portare l’arte, la cultura e la bellezza all’interno dei luoghi della cura, quale elemento di innovazione culturale, costruendo reti virtuose e nuovi riti nella, con e per la comunità di cura, secondo la metodologia di teatro sociale e di comunità. Rete e riti per riportare al centro delle politiche sanitarie azioni “teatrali” capaci di rigenerare la cura, la cura di se’ e dell’altro da se’, che poi, a pensarci bene, è la stessa cosa. L’idea nasce e si sviluppa, in collaborazione con i rappresentanti della comunità dei curanti, dei curati e del mondo della Cultura, attorno alla necessità di dare risposta ad una domanda che emerge, con forza, all’interno dei diversi contesti di cura: cosa possiamo fare di fronte al dolore straziante dei familiari che hanno dovuto rinunciare anche all’ultimo saluto ai loro cari? Cosa possiamo fare per sostenere i sanitari impegnati in prima linea a fronteggiare la pandemia? In questo contesto prende forma il Rito Laico. Erano i mesi di Marzo, Aprile e Maggio del 2020, quelli della così detta “prima ondata”, quando non era possibile partecipare ad alcun rito funebre. Resteranno per sempre impresse nella nostra memoria le immagini di quella interminabile fila di camion dell’esercito che di notte trasportava le bare.

Dunque cosa possiamo fare?

Una domanda che presto diventa impegno etico: cosa dobbiamo fare?

 

Ce lo siamo chiesti come gruppo saluterate e, all’interno del processo progettuale che ha portato alla realizzazione dell’azione rituale, ce lo siamo chiesti anche con la Dr.ssa Antonella Laezza e la Dr.ssa Antonella Arias del Servizio di Psicologia, con il Dr. Vncenzo Segala, Direttore della S.C. di Anestesia e Rianimazione Generale, con la Dr.ssa Anna Trentalange, coordinatrice infermieristica del punto informativo Covid. Ce lo siamo chiesto con la Dr.ssa Stefania Marengo medico di medicina interna e con la Dr.ssa Teresa Siena, infermiera, impegnate entrambe in “prima linea” a fronteggiare la pandemia. Ce lo siamo chiesti con le Direzioni Aziendali, referenti istituzionali della comunità, e col Prof.re Marco Aime, antropologo docente di antropologia culturale ed esperto di riti, rappresentante del mondo accademico e della cultura. Un ruolo importante nella costruzione del Rito Laico va infine ai familiari delle persone decedute nel nostro ospedale con i quali abbiamo condiviso l’intenzione, l’idea e l’opportunità di realizzare il progetto e ai quali abbiamo chiesto di collaborare attivamente con la condivisione, in forma volontaria, delle loro narrazioni.

L’idea nasce e prende forma quindi attorno ad una competenza psicosociale necessaria, sopra tutto in ambito sanitario e ancor più oggi al tempo della pandemia, vale a dire la capacità dell’ascolto che ha permesso di dar vita ad un tavolo progettuale multidisciplinare con i rappresentanti della comunità dei curanti e aperto ai caregiver e al mondo della cultura. Quell’ascolto che solo rende possibile prendersi cura di se’ e dell’altro da se’.

Senza ascolto non è possibile la cura, ce lo sta insegnando, ancora oggi, la tragica esperienza della pandemia che stiamo vivendo; non è più sostenibile, utile ed efficace pensare da soli.

 

Dall’idea all’azione concreta di cura

Non sempre però una bella e buona idea si concretizza in una buona e necessaria esperienza. Non è mai scontato. La differenza a volte sta in un bagaglio di competenze specifiche e necessarie nel campo della progettazione, in una metodologia, nel proprio e altrui capitale sociale, nella capacità di creare alleanze e collaborazioni, nella leadership. Ci muoviamo qui nel campo della complessità delle relazioni di comunità, delle competenze psicosociali ed artistiche; nello specifico: nella drammaturgia di comunità, nella scrittura teatrale, nella competenza della scelta dei segni e dei simboli, delle azioni rituali e teatrali, la competenza sulla costruzione della scena.

Questi e altri elementi hanno determinato e reso possibile l’azione rituale del 2 luglio che ha coinvolto i familiari delle persone decedute e i sanitari impegnati a prendersene cura quali co-autori del rito stesso.

 

 

Le testimonianze

In forma volontaria sono pervenute, al gruppo aziendale salutearte, molte narrazioni e molte storie da parte dei sanitari e dei familiari. Il materiale raccolto nella prima ondata pandemica, lavorato drammaturgicamente, è stato condiviso quel 2 luglio con la lettura ad alta voce di due testi inediti: la voce dei sanitari e la voce dei familiari.

A quelle prime storie e narrazioni oggi se ne sono aggiunte molte altre. Gran parte di esse sono presentate nelle pagine a seguire per diventare patrimonio umano e culturale condiviso con gli autori da una parte e con la comunità allargata dall’altra. Le storie e le testimonianze pubblicate sono state, là dove si è ritenuto necessario, elaborate conservandone e rispettandone il senso, il contenuto ed il significato. Le narrazioni pubblicate inoltre sono state scelte in quanto rappresentative di tutte quelle pervenute avendo cura che ciascuno, nella lettura, possa riconoscersi e ritrovarsi. Tutte le testimonianze pervenute e raccolte infine sono disponibili in forma integrale sulle pagine del sito del gruppo salutearte (www.salutearte.it).

 

 

Rete, riti, limiti

Il libro che avete in mano e le pagine che state leggendo fano parte di un percorso progettuale più ampio che ha avviato una virtuosa e paziente tessitura di nuove reti e nuovi riti capaci di rigenerarci ed aprirci ad una visione nuova sul tempo presente e il nostro futuro. Questa “straordinarie” catastrofica pandemia ci ha mostrato infatti i “limiti” della nostra civiltà, del nostro modello di sviluppo e di salute. Ci ha mostrato i “limiti” della scienza medica, della cultura del profitto prima di tutto, del primato della finanza spregiudicata, del fine che giustifica i mezzi, del io e la mia famiglia prima di tutto e di tutti, dei muri innalzati per dividere, dello sfruttamento delle risorse naturali che distruggono l’ambiente e l’umanità, i “limiti” di una classe dirigente non all’altezza, i “limiti” di un cittadinanza troppo spesso distratta. Ora sappiamo che o si vince tutti insieme o saremo tutti sconfitti. Nulla sarà come prima e nessuno sarà più lo stesso; o saremo migliori o saremo peggiori, questo si! Da qui la necessità di essere presenti, di dare un contributo affinchè si scuotano le coscienze dei cittadini, dei sanitari, del mondo delle associazioni, dell’arte, della cultura, della politica virtuosa e si lavori, tutti insieme, ciascuno per le proprie competenze, risorse, possibilità compiti e mandati istituzionali alla costruzione di nuove reti e nuovi riti; quel “vaccino” di cui abbiamo tutti bisogno e per il quale siamo chiamati a metterci in fila. Il “vaccino” che ci ridarà il dono della vista per vedere finalmente con occhi nuovi chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare.

 

Questo il senso ultimo del rito e di questo progetto editoriale.

 

 

Dr. Pino Fiumanò

Fondatore e referente aziendale del gruppo salutearte

per conto e a nome del gruppo

www.salutearte.it



[1] La metodologia Teatro Sociale e di Comunità™, innovativa e multidisciplinare, nata nell’ambito dell’Università di Torino all’inizio del 2000 ad opera di Alessandro Pontremoli e Alessandra Rossi Ghiglione, si fonda sull’efficacia del teatro e delle performing arts per lo sviluppo dell’uomo e delle sue relazioni in ogni condizione di vita personale, professionale e comunitaria, ed è parte di un processo di innovazione sociale, di cittadinanza e di promozione della salute. Social Community Theatre (corep.it)

[2] Teatro, Comunità e Capitale Sociale, Alberto Pagliarino,2011 Aracne.

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