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L'Opera come elemento culturale che favorisce il benessere dell'individuo, e come strumento di partecipazione e di diffusione dei valori sociali: da questi presupposti è nato il progetto Opera Education, che fin dalle sue origini non si è limitato a coltivare solo nuove generazioni di appassionati spettatori, ma ha valorizzato e promosso anche i nuovi talenti nella musica e nello spettacolo teatrale.

Il punto chiave è stato cambiare prospettiva: non chiedere di adattarsi all’opera, ma trovare strategie per rendere il linguaggio dell’opera vicino al loro modo di apprendere e scoprire il mondo anche attraverso metodologie che consentono di vivere la musica in modo diretto, primo tra tutti il canto corale, elemento fondamentale che permette al pubblico di grandi e piccini di essere protagonista attivo di tutti gli spettacoli, diventando parte attiva dell’esperienza teatrale: così l’opera smette di essere qualcosa di distante, e diventa improvvisamente familiare.

 

Ecco l'intervista realizzata da Eleonora Marini e pubblicata integralmente su La Voce dei Medici

Per cogliere il concetto che gravita intorno all’arte terapia partiamo da questa definizione generale di riferimento: l’arte terapia è un percorso di appoggio e/o di cura di indirizzo psichico, comparsa verso gli anni 40 del novecento come nuova articolazione della psicoterapia dinamica e della pratica psicoanalitica, tesa a promuovere un profondo cambiamento del Sé, rivisitando le dinamiche del vissuto primario nella stretta relazione madre-bambino e le successive trasformazioni concrete e concettuali.

L'arte terapia ieri e oggi

Riprendo alcuni concetti che reputo fondamentali per una riflessione reciproca dettati da un incontro culturale tenuto dallo psicoterapeuta Massimo Recalcati, per evidenziare alcune sottolineature importanti del legame stretto che intercorre fra Arte e Cura. Egli osserva: “Compito dell’Arte è costruire una forma che ricopra l’elemento scabroso della ferita”.

Il dolore, la sofferenza crea una scissione, una spaccatura all’interno della persona e l’Arte permette di sciogliere il grumo della sofferenza dando segno tangibile di cambiamento (il tocco, il gesto che si imprime su una tela è già prossimo al cambiamento), di ascesi attraverso l’impulso del gesto, del tocco poetico nell’immagine che diviene segno visibile di lacerazione. Che sia segno di colore o di penna, è quel segno che libera la persona in un percorso che sostanzia e che si invola verso la Cura. Come ben apostrofa Recalcati, nella Cura è importante restare vicino a chi cade, a chi fa fatica o si strugge e noi possiamo sempre aprirci a delle possibilità di Cura se restiamo accanto alla persona, se l’accompagniamo in quel segno, in quella traccia di memoria.

“Per essere guarito, lo spirito deve lasciarsi cogliere da qualcosa che lo trascende, che non gli è estraneo, ma entro cui si realizzano le sue potenzialità” (Paul J. Tillich)

Van Gogh: verso il cambiamento

Se pensiamo ai grandi pittori sicuramente chi crea uno spartiacque nella storia, una spaccatura e un forte cambiamento è Vincent Van Gogh. Nelle sue creazioni si avverte la bellezza che prende il posto del dolore: la bellezza del dipinto che riemerge come velo della ferita. Fino ad allora l’arte svolgeva il compito di coprire la ferita, di nascondere quel dolore assegnandogli un posto come retrovia; con Van Gogh cambia il linguaggio emotivo e l’arte si pronuncia nel mostrare vivamente quella ferita e di spalancare il dolore alla dignità della bellezza. In questo senso tutta l’arte contemporanea si mostra non nascondendosi dietro quel velo ma guardando in viso quella ferita, dove la vera bellezza è proprio in quella ferita, in quel segno tangibile.

“Per questo l’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato” (Tiziano Terzani).

“L’arte, intesa nel senso etimologico completo della parola come il complesso delle opere individuali attraverso cui esprimiamo la nostra creatività, può veramente dischiudere un cammino quando sappiamo dare alle emozioni il loro giusto peso, quando le lasciamo libere di esprimersi nel battito del loro ritmo” (dal mio testo Non avere paura. Conoscersi per curarsi).

L’arte come pratica della cura: Picasso

L’arte la possiamo interpretare come una pratica della cura, l’espressione del singolo che lavora per quietare la sua fatica, la sua tensione in quell’atto liberatorio che affonda nella psiche. Ancora Recalcati nel suo intervento parla di cambiamento come avanzamento, crescita e arricchimento della Comunità e tutti i grandi cambiamenti della Storia ci confermano questa verità, ed è inconfutabile che noi cambiamo attraverso l’arte. 

Un’altra opera d’arte che rappresenta il cambiamento di un pensiero e l’assunzione dell’arte alla cura la possiamo incontrare nel dipinto di Picasso Guernica. L’ispirazione del soggetto venne al pittore dopo il bombardamento della città (26 aprile 1937)  e il quadro venne realizzato in soli due mesi, dal 1 maggio al 4 giugno 1937. Si trattò di un bombardamento terroristico contro la popolazione civile e contro la città.

Guernica viene considerato uno dei maggiori capolavori del pittore spagnolo. Questa città subì un trauma  profondo, devastante nella sua realtà di comunità e quel dramma in un certo senso è stato sublimato dalle mani del pittore attraverso la ricostruzione della dignità del dolore. Il dipinto mette in rilievo la compensazione di un flagello che deve trovare nel segno, nella parola, la sua apoteosi, la sua riconciliazione. In quel dipinto noi sentiamo la ferita, ci caliamo in quella ferita che ha odore di storia, di trauma condiviso. L’arte lavora sulle ferite, come ben sottolinea Recalcati, e ogni lavoro dell’arte è un lavoro su un lutto, un lavoro psichico che riguarda l’elaborazione, il tracciamento di un dolore che trova in quell’opera manifesta una propria autorealizzazione, una sutura di pacificazione interiore. Lavorare sulla perdita, sulla mancanza di riconoscimento, sul lutto interiore, significa dare compiutezza ad un’opera d’arte. 

L’opera quindi ci parla spesso di un lutto e della sua elaborazione, e tanti artisti contemporanei lo insegnano. Il lavoro della psiche sulla ferita, sul lutto, può generare un prodotto artistico e quel processo formativo al fine di realizzare la definizione dell’opera permette all’artista di svelare la sua fatica, il suo lutto, la tensione interiore che in quel percorso conoscitivo diviene armonia voluttuosa, a tratti sostanza metafisica. Il corpo agisce con il tocco e funge da tramite fra la psiche e la realizzazione. Il lutto come la perdita può rappresentare un percorso ampio di conoscenza interiore e la sua elaborazione ha bisogno di strumenti su cui appoggiarsi per rendere più leggero quel dolore, per assottigliarne la brama, veicolandolo verso nuove sponde di consapevolezza.

Il lavoro del lutto è sempre un lavoro legato alla Memoria. Come insegna Liliana Segre, attraverso la sua testimonianza,  a quel lutto dobbiamo imparare a dare parola, a condividerlo attraverso cori memoriali, concetti cognitivi per imprimere a chi ascolta un senso nuovo di appartenenza, per permettere nuove pagine di sussistenza e di nostra conferma al mondo. 

Il lutto va inteso come elaborazione e lavacro, come luogo su cui spingersi per ripulirsi da vecchie ferite mai sanate; il bagno fluido inteso come immersione purificatrice ci aiuta ad emergere più consapevoli, più forti nella propria identificazione.

Arte contemporanea: Gibellina e Burri

Dopo Van Gogh e Picasso per quanto riguarda l’arte contemporanea Recalcati cita il terzo riferimento: Burri, l’artista che si fa promotore di attingere all’arte, per dare nuovo significato alla città di Gibellina, contratta e persa nel terremoto del 1958.

L’artista pensa allora ad una risposta rivoluzionaria. Burri non vuole, come altri artisti sceglieranno di fare, rifare la città sepolta a 30-40 km di distanza dal suo sito originario con opere che ne qualifichino la testimonianza, ma chiede al sindaco di essere portato su quelle macerie. E qui, su quelle macerie, per la prima volta Burri, davanti a quel trauma, si commuove e piange. Il flusso della forte emozione incontrata lo spinge ad agire, e decide il da farsi. Il desiderio che nasce e da cui si protrae la scelta è quello di realizzare un’opera d’arte che parli di quel vuoto che sembra essere incolmabile; di cercare di realizzare cognitivamente quel vuoto proprio dove la città è caduta sotto i colpi del terremoto.

Burri costruisce un Cretto coprendo la città devastata con una colata di cemento bianco che viene riversato sulla città morta. Perché bianco? Come ben spiega Recalcati, in questa opera d’arte di grande maestria il bianco del cemento vuole simbolizzare la luce, l’energia della vita che si espande; mentre la memoria è stretta in quel Cretto, è incorporata nel buio, nel nulla.

Recalcati in questa trasmissione del sapere e della conoscenza accenna al valore del silenzio; egli parla di maestosità del paesaggio a Gibellina dove il silenzio risulta essere più evocativo di qualsiasi parola, di qualsiasi rumore che non riesce mai ad eccedere nella grazia di quella visione. Il bianco candido come si sottolinea assurge al tema della rinascita, a quello della risurrezione, all’istinto primordiale del ricominciare. La ferita attraverso quel Cretto assurge a poesia.

La Pandemia e l’Arte nel “Tocco

In un periodo così forte e particolare come il nostro dove la pandemia sembra dettare le sue regole e la sua legge, diviene prioritario ed essenziale trovare quella via che ci distingue gli uni dagli altri, unici nella propria differenza, quella ricchezza che nell’arte sa esprimere il tocco, sa emanciparsi.

Oggi, più che mai, preme questo pronunciamento artistico, questa costruzione che è tanto più significativa quanto più la ferita è aperta, invasiva. La vera azione politica, la Polis come cittadinanza evoluta, dovrebbe lavorare costantemente a far emergere queste ferite attraverso la costruzione del pensiero libero, laico, del talento che ambisce al tocco artistico come riscatto.

La politica fino ad oggi ha finto che queste ferite non esistessero e la pandemia, in contralto, sembra voler insegnare che questo è un tempo diverso, che la domanda deve sorgere da altro. Le ferite quindi devono essere viste come la grande opportunità del nostro secolo, le occasioni di contrasto ad un costruito oramai desueto.

Questa crisi chiaramente colpisce i più fragili, i deboli e la politica dovrebbe stare, in un concetto alto di Cura, vicino proprio a chi cade, a chi non trova parole per riemergere dal caos. In tal senso la nostra Comunità di destino deve essere percepita come una comunità di costruttori dove ognuno si possa esprimere attraverso la cura di un orto, di una vigna, di una relazione, l’espressione di un’idea, di una visione.

Non sei tu che devi guardare l’opera di un artista – sottolinea Recalcati – ma è l’opera che ti deve guardare”.

Arte erotica

Quell’opera deve suggerire una sorta di fascinazione, di rapimento dove sentirsi investiti da un significato profondo legato all’essenza dell’uomo. In questo senso, e non potrebbe essere diversamente, l’Arte si affianca all’Erotica come dovrebbe avvenire nella relazione fra insegnante e discepolo dove chi insegna nutre in odore di cura e di bellezza.

Senza cultura e senza cura siamo una società che soccombe agli istinti primordiali dove la figura patriarcale sopprime l’alterità; una società che soccombe dove vige e primeggia il brutale, il violento e il manipolatore.
Dove, invece, sussiste il gesto, il guizzo di luce, la fenditura del bianco, immancabilmente il desiderio di vita si protrae inducendo a un significato più profondo chi assiste, chi osserva.

Anche il filosofo Umberto Galimberti in una intervista accenna alla vita e al dolore nell’arte: “Lo psicoterapeuta, come un artista, deve imparare a conoscere sia le proprie possibilità che gli strumenti di lavoro, e deve avere un tipo particolare di fede. E’ di fondamentale importanza che sia consapevole della propria follia, avendola attraversata, per riconoscere quella dell’altro, che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli dell’altro, che possa sentire il proprio corpo per sostenere la possibilità dell’altro”.

Il punto cruciale e dominante è proprio questo: bisogna imparare ad entrare nel proprio dolore per riuscire ad attraversarlo e a viverlo, poi,  con uno spessore diverso e da qui poter veicolare la propria solvenza in un rapporto di fiducia con chi ha bisogno di ascolto e di cura. In questo senso credo che un buon ascolto come una buona pratica della scrittura, intesa come cura e conoscenza di sé (strumento esplicitamente catartico), possa aiutare e facilitare il compito della trasparenza e della fiducia.

Arte terapia: la scrittura

La scrittura in tal senso e oramai in più realtà sociali rientra nelle tecniche di Arte terapia concedendo al singolo di appropriarsi di una visione più ampia del proprio sé e infondendo capacità emergenti che stimolano l’approfondimento della educazione emotiva.

Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno. Scrivo perché posso prendere parte della vita reale solo trasformandola. Scrivo per non raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice, scrivo per essere felice” (Orhan Pamuk).

L’importanza dell’artista è di essere se stesso nel percorso di conoscenza, lo stesso Galimberti afferma: “Essere se stesso è un luogo d’identità solido, uno zoccolo duro”. E ancora sul sentimento che viene nutrito attraverso l’arte, il filosofo raccomanda: “Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono: il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un’altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o debolezza, una scelta che non è la nostra, guai ad essere stranieri della propria vita. La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute […] Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita”.

E ancora: “L’emozione è essenzialmente relazione”. “Poi si cresce, e nell’educazione della prima infanzia vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e un’educazione intellettuale, ma non un’educazione emotiva, che poi è l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure”.

Ogni persona è come se avesse un nucleo profondo del sé e la tecnica, lo strumento referente diventa elemento privilegiato per entrare nel proprio racconto, nella propria follia. Per lo stesso filosofo diventa sempre più necessario costruire cultura attraverso la consapevolezza; determinante fare amare la cultura nella scuola arrivando nelle aule con libri, la letteratura, perché la Cultura è veramente la prima terapia.

La condivisione con l’altro, la scrittura come cura e conoscenza di sé, i libri che vengono letti, diventano tutti strumenti che possono portare nuove idee, stimolare talenti e solo così vengono ampliate le conoscenze mentali ed emotive del singolo e della nostra comunità di destino. E solo così si afferra quanto questa cultura possa produrre in capacità performative che aiutano quando si vive un dolore o una sofferenza intensa con la possibilità di non farsi chiudere definitivamente nell’angoscia e nell’ansia.

Elaborare buone strategie di intervento è importante e l’Arte aiuta; è determinante praticare ciò che si ritiene più idoneo alle proprie peculiarità per riuscire a superare stati emotivi che rischiano di cristallizzarsi nella persona, che se annichiliti sembrano non creare aperture di fiducia, di speranza e di superamento verso il domani.

Eugenio Borgna: il fiume della vita

Il grande psichiatra Eugenio Borgna nella sua autobiografia Il fiume della vita – Una storia interiore si sofferma su diversi punti fondamentali a cui tutti noi dobbiamo prestare attenzione. “Non dovremmo mai dimenticare, lo ripeto senza fine, che senza analizzare cosa avviene in noi, nella nostra vita interiore, nulla sapremo cogliere dalle emozioni dei pazienti, e delle cose da dire loro”. Come evidenzia egli stesso in molte parti del suo testo, la psichiatria non è mai solo terapia del farmaco ma, ancora prima, medicina dell’interiorità. Egli scrive: “La psichiatria è chiamata a scendere nel cuore dei pensieri e delle emozioni delle persone, alle quali si rivolge, avviandosi alla comprensione del mistero della cura, che non può se non essere comunità di cura, e talora comunità di destino”.

Borgna evidenzia quanto sia importante prendersi cura dell’altro, con cuore, con profondo ascolto di quella emotività e questo percorso deve necessariamente essere legato ad un profondo lavoro del sé.

Borgna spesso fa riferimento agli elementi poetici sia negli eventi culturali a cui partecipa sia nei suoi testi; si sofferma molto sull’egida della gentilezza, sul carisma dell’ascolto: “La psichiatria non può fare a meno della poesia che l’aiuta a riconoscere la fragilità e l’umanità della follia”, follia e poesia che confluiscono in una splendida associazione creativa.

La scrittura fa parte della mia vita ed è diventata metodo per molti, uno strumento di conoscenza profondo e una terapia per me, e per molti che camminano su strade assonanti. Galimberti a questo riguardo in una sua intervista consolida il mio credo personale: “Scrivere è una terapia, ti devi liberare dal tormento di un’idea…”. Il processo della scrittura è faticoso, come ben accenna, e la scrittura deve risentire di immagini appunto immaginifiche…

Arte terapia come cura

Parlando di Arte e terapia mi sento indotta a citare il concetto di Cura, e per entrare in questo mondo che a tratti, per alcuni di noi, può sembrare surreale e difficilmente interpretabile, bisogna fare uno sforzo di immaginazione e farci guidare dalla nostra curiosità, dalla ricerca del sé che è illimitata.   

“Ecco dunque tre concetti puri che divengono essenziali in un percorso di conoscenza interiore: coraggio, immaginazione, ricerca, dai quali partire per risorgere. Possiamo definire l’autocura una disciplina introspettiva: una forma di ricerca che però tende verso l’alto. La natura umana, quindi, ne può uscire rinvigorita. Quando crediamo nelle sue potenzialità, anche l’immaginazione, come forma mentis su cui agire, diviene forza propedeutica. Quella immaginazione fertile che tutela, che spesso ci conduce altrove, che permette di varcare quella soglia oltre cui possiamo incontrare anche segni di trascendenza” (dal mio testo Non avere paura. Conoscersi per Curarsi).

“Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere […] La verità è una terra senza sentieri. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo […] Per cui è uno strano processo che richiede una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze […] Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario” (Tiziano Terzani).

“E una delle cose a cui tengo moltissimo è che tu capisca che quello che ho fatto io non è unico. Io non sono un’eccezione. Io questa vita me la sono inventata, e mica cento anni fa, ieri l’altro. Ognuno lo può fare, ci vuole solo coraggio, determinazione, e un senso di sé che non sia quello piccino della carriera e dei soldi; che sia il senso che sei parte di questa cosa meravigliosa che è tutta qui attorno a noi. Vorrei che il mio messaggio fosse un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vuoi… Una vita in cui ti riconosci” (Tiziano Terzani).

Articolo integrale

 

Roberto Stefano Moro, Presidente di Comitato SocialMente PALESTRA COGNITIVA, manifesta le sue riflessioni sugli stimoli cognitivi prodotti dall'installazione concettuale "Sunday" dell'artista Maurizio Cattelan, in esposizione presso la galleria commerciale Gagosian di New York.

Moro è partito dall'esame di questo video : "al di là del prevedibile forte imbarazzo di qualche signora per la minzione del clochard, sono emersi vissuti personali, tra i quali il ricordo di chi si vide rifiutare il visto in quanto iscritto al Pci, oltre a numerosi vissuti famigliari. 

Ho quindi cercato di capire le ragioni della buona accoglienza dell’opera da parte di persone che, artisticamente, sono e restano fieramente figurative. Ho ipotizzato che in "Sunday" i segni fossero chiari e comprensibili: oro per la ricchezza, fori di proiettili per la violenza, una persona senza fissa dimora per l’emarginazione. Che il linguaggio iconico, di facile comprensione, abbia dato concretezza (materia, sangue, carne) e leggibilità al concetto che l’artista voleva trasmettere, l’esistenza di forti contrasti nella società USA. Per verificare la mia ipotesi, dopo aver condiviso l’intenzione di Cattelan di rappresentare la ricchezza, la violenza e l’emarginazione della società USA, ho proposto a chi non aveva ancora osservato l’installazione di individuare i rispettivi segni materiali. Risultato: individuati velocemente i segni della ricchezza e dell’emarginazione, idem per la violenza, una volta compreso che si trattava di fori di proiettili.

Dunque: un’opera contemporanea e concettuale può essere proposta a un pubblico come quello di SocialMente, composto da persone anziane, molte delle quali con lieve declino cognitivo e con la sola licenza elementare. A condizione di essere di facile lettura. Questo criterio guiderà le scelte future. È essenziale che le opere proposte a SocialMente siano cognitivamente accessibili, in caso contrario contribuirebbero a rafforzare ansie, insicurezze e rifiuti aprioristici portati dal declino cognitivo.

Invece, di fronte all’arte astratta, dove al titolo non corrisponde alcun segno leggibile, le difficoltà sussistono. Nella nostra esperienza abbiamo preso atto che il titolo viene vissuto come cervellotico e forzato e non di rado ingenera fastidio nello spettatore (“mi prende in giro?”). 

Se l’opera d’ arte astratta è senza titolo, come accade con sempre maggiore frequenza, lo spettatore può interpretare l’opera attingendo in totale libertà al suo bagaglio emotivo e cognitivo e può darsi che si attivi il suo circuito mente-cuore, senza il quale nessuna stimolazione cognitiva può risultare efficace.

 

In conclusione, penso sia importante, al di là delle indubbie difficoltà, continuare a proporre opere di arte contemporanea concettuali e, in misura minore, astratte. Se l’aggancio riesce si supera il famoso “tanto io non la capisco”, con grande soddisfazione dello spettatore che improvvisamente scopre di poter superare il limite invalicabile dell’arte figurativa e di capire quella cospicua parte di arte contemporanea che ha rinunciato al riconoscibile". 

 

📷 Photo credit: Finestresull'Arte

"...Riteniamo che il futuro della salute e del benessere sia sempre più improntato verso il connubio tra arti e scienza: esistono particolari resistenze che dovrebbero essere sciolte, sia da parte di chi propone arte, con una visione a 360° che aiuti a vedere il beneficio nella persona e non solo il risultato, e da chi, come medico, vede esclusivamente la cura come soluzione per affrontare il disagio, senza considerare oltre alla prevenzione, il beneficio di un sorriso o un confronto laboratoriale": questa l'opinione di Mauro Fantinel, Presidente dell' Associazione G(h)ita , formatasi a Feltre nel 2005 e che è entrata a far parte della nostra rete nazionale "Cultura è Salute"; qui l'intervista realizzata da Eleonora Marini su La Voce dei Medici

 

📷 Photo credit: RosZie on Pixabay

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