Riprendo alcuni concetti che reputo fondamentali per una riflessione reciproca dettati da un incontro culturale tenuto dallo psicoterapeuta Massimo Recalcati, per evidenziare alcune sottolineature importanti del legame stretto che intercorre fra Arte e Cura. Egli osserva: “Compito dell’Arte è costruire una forma che ricopra l’elemento scabroso della ferita”.
Il dolore, la sofferenza crea una scissione, una spaccatura all’interno della persona e l’Arte permette di sciogliere il grumo della sofferenza dando segno tangibile di cambiamento (il tocco, il gesto che si imprime su una tela è già prossimo al cambiamento), di ascesi attraverso l’impulso del gesto, del tocco poetico nell’immagine che diviene segno visibile di lacerazione. Che sia segno di colore o di penna, è quel segno che libera la persona in un percorso che sostanzia e che si invola verso la Cura. Come ben apostrofa Recalcati, nella Cura è importante restare vicino a chi cade, a chi fa fatica o si strugge e noi possiamo sempre aprirci a delle possibilità di Cura se restiamo accanto alla persona, se l’accompagniamo in quel segno, in quella traccia di memoria.
“Per essere guarito, lo spirito deve lasciarsi cogliere da qualcosa che lo trascende, che non gli è estraneo, ma entro cui si realizzano le sue potenzialità” (Paul J. Tillich)
Van Gogh: verso il cambiamento
Se pensiamo ai grandi pittori sicuramente chi crea uno spartiacque nella storia, una spaccatura e un forte cambiamento è Vincent Van Gogh. Nelle sue creazioni si avverte la bellezza che prende il posto del dolore: la bellezza del dipinto che riemerge come velo della ferita. Fino ad allora l’arte svolgeva il compito di coprire la ferita, di nascondere quel dolore assegnandogli un posto come retrovia; con Van Gogh cambia il linguaggio emotivo e l’arte si pronuncia nel mostrare vivamente quella ferita e di spalancare il dolore alla dignità della bellezza. In questo senso tutta l’arte contemporanea si mostra non nascondendosi dietro quel velo ma guardando in viso quella ferita, dove la vera bellezza è proprio in quella ferita, in quel segno tangibile.
“Per questo l’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato” (Tiziano Terzani).
“L’arte, intesa nel senso etimologico completo della parola come il complesso delle opere individuali attraverso cui esprimiamo la nostra creatività, può veramente dischiudere un cammino quando sappiamo dare alle emozioni il loro giusto peso, quando le lasciamo libere di esprimersi nel battito del loro ritmo” (dal mio testo Non avere paura. Conoscersi per curarsi).
L’arte come pratica della cura: Picasso
L’arte la possiamo interpretare come una pratica della cura, l’espressione del singolo che lavora per quietare la sua fatica, la sua tensione in quell’atto liberatorio che affonda nella psiche. Ancora Recalcati nel suo intervento parla di cambiamento come avanzamento, crescita e arricchimento della Comunità e tutti i grandi cambiamenti della Storia ci confermano questa verità, ed è inconfutabile che noi cambiamo attraverso l’arte.
Un’altra opera d’arte che rappresenta il cambiamento di un pensiero e l’assunzione dell’arte alla cura la possiamo incontrare nel dipinto di Picasso Guernica. L’ispirazione del soggetto venne al pittore dopo il bombardamento della città (26 aprile 1937) e il quadro venne realizzato in soli due mesi, dal 1 maggio al 4 giugno 1937. Si trattò di un bombardamento terroristico contro la popolazione civile e contro la città.
Guernica viene considerato uno dei maggiori capolavori del pittore spagnolo. Questa città subì un trauma profondo, devastante nella sua realtà di comunità e quel dramma in un certo senso è stato sublimato dalle mani del pittore attraverso la ricostruzione della dignità del dolore. Il dipinto mette in rilievo la compensazione di un flagello che deve trovare nel segno, nella parola, la sua apoteosi, la sua riconciliazione. In quel dipinto noi sentiamo la ferita, ci caliamo in quella ferita che ha odore di storia, di trauma condiviso. L’arte lavora sulle ferite, come ben sottolinea Recalcati, e ogni lavoro dell’arte è un lavoro su un lutto, un lavoro psichico che riguarda l’elaborazione, il tracciamento di un dolore che trova in quell’opera manifesta una propria autorealizzazione, una sutura di pacificazione interiore. Lavorare sulla perdita, sulla mancanza di riconoscimento, sul lutto interiore, significa dare compiutezza ad un’opera d’arte.
L’opera quindi ci parla spesso di un lutto e della sua elaborazione, e tanti artisti contemporanei lo insegnano. Il lavoro della psiche sulla ferita, sul lutto, può generare un prodotto artistico e quel processo formativo al fine di realizzare la definizione dell’opera permette all’artista di svelare la sua fatica, il suo lutto, la tensione interiore che in quel percorso conoscitivo diviene armonia voluttuosa, a tratti sostanza metafisica. Il corpo agisce con il tocco e funge da tramite fra la psiche e la realizzazione. Il lutto come la perdita può rappresentare un percorso ampio di conoscenza interiore e la sua elaborazione ha bisogno di strumenti su cui appoggiarsi per rendere più leggero quel dolore, per assottigliarne la brama, veicolandolo verso nuove sponde di consapevolezza.
Il lavoro del lutto è sempre un lavoro legato alla Memoria. Come insegna Liliana Segre, attraverso la sua testimonianza, a quel lutto dobbiamo imparare a dare parola, a condividerlo attraverso cori memoriali, concetti cognitivi per imprimere a chi ascolta un senso nuovo di appartenenza, per permettere nuove pagine di sussistenza e di nostra conferma al mondo.
Il lutto va inteso come elaborazione e lavacro, come luogo su cui spingersi per ripulirsi da vecchie ferite mai sanate; il bagno fluido inteso come immersione purificatrice ci aiuta ad emergere più consapevoli, più forti nella propria identificazione.