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Silvia Corti e Dafne Plaja, arteterapeute e fondatrici di Arthesis Lab, sono state intervistate da Eleonora Marini su La Voce dei Medici e hanno raccontato cosa può offrire l’esperienza artistica per supportare l'espressione di emozioni anche in persone in condizioni di fragilità, l'esplorazione vissuti e la costruzione di nuove forme di relazione.

Vi riproponiamo l'intervista integrale

 

Come nasce Arthesis Lab e da quale esigenza è nata l’idea di creare uno spazio dedicato all’arteterapia e alla ricerca visiva?

Arthesis Lab nasce dalla volontà di mettere in dialogo le nostre esperienze artistiche e professionali. Entrambe proveniamo da una formazione artistica e abbiamo approfondito il rapporto tra espressione e cura attraverso il Master universitario in Artiterapie e Terapie Espressive dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sentivamo l’esigenza di costruire uno spazio condiviso nel quale la pratica con i materiali, la relazione e la ricerca potessero alimentarsi reciprocamente. Desideravamo anche favorire la nascita di una comunità intorno al rapporto tra arte e cura, mettendo in contatto persone, artisti e professionisti con esperienze e prospettive differenti. Da questa intenzione nasce l’apertura a collaborazioni e proposte partecipative, anche attraverso open call dedicate al confronto e alla condivisione di contributi.

Arthesis Lab prende forma attraverso percorsi individuali e di gruppo, workshop e strumenti pratici. Tra questi, “Praticamente. Manuale pratico di arteterapia”, un compendio di 36 workshop con indicazioni per la conduzione e sui materiali necessari, e “Le Carte dell’Ascolto”, un mazzo di 40 carte suddivise in quattro ambiti — colore, forma, emozione e segno. Ogni carta propone una domanda aperta che invita a rispondere attraverso segni, colori e composizioni, offrendo uno spunto concreto per avviare il processo creativo. Il filo comune è rendere il processo creativo accessibile, rispettando le possibilità e i tempi di ciascuno, e creare occasioni in cui l’esperienza artistica possa diventare anche incontro, ascolto e scambio.

 

Disegno, pittura, collage e altri linguaggi visivi diventano strumenti di espressione e ascolto. In che modo possono aiutare una persona a dare forma a emozioni, vissuti o difficoltà che non sempre è facile esprimere a parole?

I linguaggi visivi offrono una possibilità di espressione quando le parole sono difficili da trovare o non bastano a restituire la complessità di un’esperienza. Attraverso un segno, un colore, una forma o una composizione, la persona può cominciare a dare una forma visibile a emozioni, sensazioni e vissuti, senza doverli subito spiegare o organizzare in un racconto. Anche le caratteristiche dei materiali partecipano al processo: una matita permette di modulare la pressione e delimitare un contorno; la pittura consente di sovrapporre e mescolare; il collage offre la possibilità di scegliere, separare e ricomporre. Sono modi diversi di esplorare e prendere decisioni. Ogni persona può vivere questi materiali in modo diverso: le proposte vengono quindi adattate alle sue esigenze, alle sue possibilità e a ciò che emerge durante l’esperienza.

L’elaborato può diventare un punto di riferimento condiviso: qualcosa da osservare insieme, su cui soffermarsi e a cui tornare. La persona può raccontare le proprie scelte e ciò che l’immagine le suggerisce, anche attraverso metafore, senza dover necessariamente rendere espliciti gli episodi personali a cui rimanda. Questo può offrire una modalità graduale di avvicinarsi al proprio vissuto, scegliendo quanto e come condividerlo. Espressione visiva e verbale possono così sostenersi reciprocamente.

Queste possibilità si sviluppano all’interno di un setting accogliente e non giudicante, con tempi, confini e modalità di partecipazione chiari. Non sono richieste competenze artistiche pregresse e gli elaborati non vengono valutati secondo criteri estetici. È fondamentale la conduzione dell’arteterapeuta, che accompagna l’esperienza attraverso l’ascolto e l’attenzione ai tempi individuali. Nel gruppo, questo significa anche sostenere il rispetto reciproco e intervenire quando emergono giudizi, interpretazioni imposte al lavoro altrui o pressioni a raccontarsi. Il significato di un’immagine viene esplorato insieme a chi l’ha creata, rispettando le sue associazioni e ciò che desidera condividere.

 

Lavorate anche con persone in condizioni di fragilità, con disabilità, fragilità psichica e minori con bisogni complessi e nei vostri percorsi la dimensione relazionale ha un ruolo centrale. Che cosa può offrire l’esperienza artistica quando viene vissuta all’interno di un gruppo?

Nel gruppo, l’esperienza artistica può offrire la possibilità di esprimersi, essere ascoltati e riconoscere il proprio contributo all’interno di uno spazio condiviso. I materiali e gli elaborati diventano mediatori della relazione: mostrare un’immagine, scegliere insieme un colore o intervenire su una composizione comune sono modi concreti di entrare in contatto, anche quando la comunicazione verbale è difficile. Si può lavorare individualmente, condividendo il tempo e lo spazio con gli altri, oppure partecipare a una creazione collettiva. Una possibile modalità, che adottiamo anche nei nostri workshop, prevede una prima fase di esplorazione personale seguita da un lavoro condiviso, nel quale i contributi individuali vengono messi in relazione. Questo passaggio offre occasioni per decidere insieme, negoziare lo spazio e accogliere le differenze, mantenendo riconoscibile il contributo di ciascuno.

Nel gruppo nasce anche un confronto: osservare come un’altra persona utilizza un materiale o affronta una proposta può suscitare curiosità, suggerire possibilità nuove e incoraggiare a sperimentare. Può però far emergere anche insicurezza o timore di non essere capaci. La conduzione accompagna queste dinamiche, valorizzando le differenze e sostenendo ciascuno nella ricerca del proprio modo di partecipare. Questo è particolarmente importante quando le persone hanno possibilità cognitive, motorie o comunicative differenti. Adattare strumenti e consegne permette di riconoscere anche contributi come indicare un colore, scegliere un materiale o decidere dove collocare un elemento. La persona può così esercitare una scelta e vedere che questa ha un effetto sul lavoro condiviso, sperimentando la propria capacità di agire e contribuire.

Queste possibilità richiedono una conduzione attenta. L’arteterapeuta osserva le dinamiche, modula la proposta e sostiene condizioni di partecipazione rispettose dei tempi individuali. Interviene quando emergono giudizi svalutanti, interpretazioni imposte o pressioni a condividere, e favorisce uno scambio nel quale ciascuno possa sentirsi rispettato. Il gruppo può quindi diventare uno spazio nel quale sperimentare modi di stare con gli altri, esprimere la propria individualità e sentirsi parte di un’esperienza comune. Gli obiettivi vengono definiti in relazione ai partecipanti e al contesto, in dialogo con l’équipe quando presente.

 

Arthesis Lab propone anche workshop rivolti al personale sanitario e ai professionisti della relazione d’aiuto. Che cosa emerge quando sono proprio gli operatori della cura a fermarsi, creare e dare spazio ai propri vissuti?

La nostra proposta rivolta ai professionisti della cura e dell’educazione nasce dall’intenzione di offrire uno spazio di ascolto anche a chi, nel proprio lavoro, dedica quotidianamente attenzione agli altri. Fermarsi e creare può permettere di riconoscere emozioni, bisogni e risorse personali che, nei ritmi del servizio, possono trovare poco spazio. Attraverso i materiali artistici è possibile avvicinare questi vissuti senza doverli subito spiegare. Un’immagine o una composizione possono diventare il punto di partenza per riflettere su ciò che si sta vivendo, sulle proprie fatiche e su ciò che sostiene la motivazione nel lavoro. La proposta lascia spazio anche alla curiosità, al piacere di sperimentare e alla scoperta di possibilità espressive.

Quando l’esperienza avviene tra colleghi, può offrire occasioni per incontrarsi oltre i consueti ruoli professionali. Condividere, se lo si desidera, qualcosa del proprio lavoro artistico può aiutare a riconoscere esperienze comuni e differenze, favorendo ascolto e comprensione reciproca.

Perché questo sia possibile, è importante predisporre un setting non giudicante, con accordi chiari sulla riservatezza e sulla libertà di partecipazione e condivisione. Nessuno deve sentirsi obbligato a esporre vissuti personali davanti ai colleghi o ai propri responsabili. Gli obiettivi e le modalità vengono concordati con il servizio, distinguendo un workshop introduttivo da un percorso continuativo. Il contributo che intendiamo offrire è uno spazio dedicato all’espressione, alla riflessione e alla relazione, inserito in un’attenzione più ampia al benessere di chi svolge un lavoro di cura e di educazione, che comprende anche le condizioni organizzative del lavoro.

 

Arthesis Lab fa parte del network “Cultura è Salute”. Che cosa significa per voi affermare che la cultura e le arti possono essere anche strumenti di benessere e di cura?

Per noi significa riconoscere che dedicare tempo e spazio a sé, attraverso l’esperienza artistica, può essere un modo concreto di prendersi cura del proprio benessere. Fermarsi, lavorare con i materiali e lasciarsi coinvolgere da ciò che si sta creando offre l’occasione di ascoltarsi e dare attenzione a sensazioni, desideri e bisogni che nella quotidianità possono trovare poco spazio. Le arti coinvolgono i sensi, le emozioni, il pensiero e l’immaginazione. Possono offrire piacere, suscitare curiosità e aprire prospettive nuove. Il valore dell’esperienza comprende anche questo: potersi dedicare a un processo che ha significato per sé, senza dover necessariamente dimostrare qualcosa o raggiungere una prestazione.

Nel lavoro con i materiali, il pensiero si sviluppa anche attraverso il fare: un’idea prende forma, viene osservata e può cambiare durante il processo. Il percorso creativo non è necessariamente lineare. Un colore che si mescola diversamente dal previsto o una forma che non corrisponde all’intenzione iniziale possono suggerire una soluzione nuova. Anche ciò che inizialmente viene percepito come un errore può diventare una possibilità da esplorare. Questa esperienza può offrire uno spazio per accogliere l’imprevisto, rivedere le proprie aspettative e sperimentare alternative, senza dover conoscere fin dall’inizio il risultato. Nei momenti di difficoltà o durante un percorso di cura, l’esperienza artistica può inoltre aiutare a mantenere un contatto con i propri interessi e con aspetti di sé che la sofferenza rischia di lasciare in secondo piano. La persona può trovare uno spazio nel quale riconoscersi anche attraverso ciò che le piace, la incuriosisce e desidera esplorare. Nell’arteterapia, queste possibilità vengono accompagnate all’interno di una relazione professionale, con obiettivi e modalità adeguati alla persona e al contesto. Per Arthesis Lab, affermare che le arti possono essere strumenti di benessere e di cura significa dare a queste esperienze uno spazio riconosciuto: nella vita quotidiana, nei servizi e nei luoghi in cui le persone vengono accolte e sostenute.

 

Il progetto “Cultura è Salute” mette in relazione realtà culturali, artistiche, sociali e sanitarie, con l’obiettivo di favorire nuove pratiche e collaborazioni. Che valore ha, per una realtà come la vostra, entrare a far parte di una rete di questo tipo?

Nelle nostre esperienze professionali, il confronto con équipe e servizi è già una parte importante del lavoro. Entrare in “Cultura è Salute” significa ampliare questo dialogo, mettendo le nostre competenze artistiche e di arteterapia in relazione con quelle di altre realtà culturali, sociali, educative e sanitarie. Il valore è reciproco: portare un contributo specifico e costruire insieme nuove possibilità di intervento. La rete offre l’opportunità di incontrare interlocutori che conoscono da vicino i bisogni delle persone e le condizioni nelle quali un progetto deve svilupparsi. Il confronto tra queste conoscenze e le nostre esperienze può aiutare a elaborare proposte pertinenti e sostenibili, facendo emergere possibilità che, lavorando separatamente, sarebbe più difficile riconoscere.

Il valore sta quindi anche nella possibilità di progettare insieme: individuare gli obiettivi, scegliere le modalità di lavoro e definire come un percorso possa inserirsi nelle attività del contesto che lo accoglie. Per Arthesis Lab è inoltre un’occasione per far conoscere il proprio lavoro e costruire relazioni professionali nel tempo. Ci interessa che un primo contatto possa diventare una collaborazione concreta, con obiettivi condivisi, risorse adeguate e responsabilità definite, così da dare continuità alle esperienze. Entrare in una rete di questo tipo significa, infine, contribuire a un dialogo più ampio sul posto che le arti possono avere nei servizi e nella vita delle persone, portando la nostra esperienza e accogliendo prospettive diverse.

 

Quale contributo pensate che Arthesis Lab possa portare al network e, viceversa, quali opportunità vi aspettate dalla condivisione di esperienze con le altre realtà che fanno parte di “Cultura è Salute”?

Arthesis Lab può contribuire al network con competenze nella progettazione e conduzione di percorsi di arteterapia e laboratori artistico-espressivi, individuali e di gruppo. Portiamo un’esperienza maturata con persone con esigenze differenti, che ci ha insegnato quanto sia importante adattare materiali, strumenti e proposte affinché ciascuno possa trovare una modalità di espressione e partecipazione. Possiamo inoltre contribuire con gli strumenti che abbiamo ideato a partire da proposte già sperimentate nella nostra pratica professionale, condividendo l’esperienza maturata nel loro utilizzo e confrontandoci con altri professionisti sulle possibilità di adattamento a contesti differenti.

Dalla condivisione con altre realtà ci aspettiamo soprattutto un confronto sulle esperienze concrete: quali proposte sono state sviluppate, quali difficoltà sono emerse e quali adattamenti si sono rivelati utili. Ci interessa condividere anche le domande aperte del lavoro, perché è da questo confronto che possono nascere idee nuove e una maggiore consapevolezza delle proprie scelte. Vorremmo che lo scambio si traducesse anche in opportunità operative: percorsi nei servizi, workshop per i professionisti della cura e dell’educazione e progetti con realtà artistiche e culturali. Il nostro auspicio è costruire collaborazioni nelle quali le diverse competenze trovino spazio e le esperienze possano essere documentate e condivise, diventando a loro volta una risorsa per il network.

 

 

 

 

 

 

Un progetto in cui la musica rende possibile la produzione musicale, eliminando le barriere che impediscono a una persona di suonare e di esprimersi musicalmente: è questo l'obiettivo di Musica Senza Confini APS e del suo Presidente Manuele Maestri; approfondiamo questo intento tramite l'intervista realizzata da Eleonora Marini, eccola in versione integrale

 

Manuele Maestri è musicista, docente e ideatore di “Musica Senza Confini”, un progetto nato con l’obiettivo di rendere la pratica musicale realmente accessibile a tutti. Attraverso strumenti e tecnologie adattate alle caratteristiche e alle capacità di ciascuna persona, il progetto permette anche a ragazzi e adulti con disabilità psico-fisiche di avvicinarsi alla musica, sviluppare le proprie capacità espressive e vivere l’esperienza di suonare insieme agli altri. Un percorso che va oltre la semplice didattica musicale: “Musica Senza Confini” porta infatti le proprie attività in associazioni, centri diurni e ospedali e punta sulla musica come esperienza di partecipazione, relazione e inclusione. Un approccio che si inserisce perfettamente nella visione di “Cultura è Salute”, il network di Club Medici al quale l’associazione ha aderito, dove le arti diventano una risorsa per la cura della persona, il benessere e la qualità della vita.

 

“Musica Senza Confini” nasce nel 2018 da una domanda molto concreta: come rendere uno strumento musicale accessibile a persone con disabilità? Che cosa è successo da quella prima intuizione a oggi?

Il progetto si è evoluto moltissimo rispetto a quella prima intuizione. Nel tempo abbiamo raffinato sia la strumentazione sia il metodo, dando la possibilità a persone con disabilità diverse di avvicinarsi alla musica e, soprattutto, di esprimersi attraverso di essa.

Sono nate anche collaborazioni importanti. Per esempio, insieme ad Audio Modeling abbiamo sviluppato UniMIDI Hub, un software che permette di controllare gli strumenti musicali attraverso modalità diverse, come il puntatore oculare, il touchscreen, le tastiere MIDI, la tastiera del computer, i sensori e molti altri sistemi di interazione. L’obiettivo è proprio quello di adattare la tecnologia alla persona, e non il contrario.

Parallelamente abbiamo messo a disposizione anche l’esperienza maturata sul campo. È nato così il libro “Note senza barriere”, in cui racconto e approfondisco le diverse situazioni che si possono incontrare e le possibili soluzioni per affrontarle.

Oggi il progetto sta ricevendo riscontri molto importanti anche a livello internazionale, dagli Stati Uniti fino al Giappone. E questo, per me, è forse l’aspetto più significativo: quella domanda nata nel 2018 è diventata nel tempo un metodo, una rete di collaborazioni e uno strumento capace di superare i confini, non solo geografici ma anche quelli che spesso pensiamo siano inevitabili quando si parla di disabilità e musica.

 

Lei preferisce parlare di “produzione musicale inclusiva” e non di musicoterapia. Qual è la differenza e perché è importante sottolinearla?

Non sono un musicoterapista e il mio lavoro non è fare terapia. È importante sottolinearlo perché parliamo di due ambiti diversi, con obiettivi e metodologie differenti.

La produzione e performance musicale inclusiva partono da un presupposto molto semplice: la persona con disabilità è prima di tutto un musicista e, come tutti i musicisti, può affrontare un percorso fatto di studio dello strumento, esercizio, prove e infine performance.

Il nostro obiettivo non è quindi utilizzare la musica come strumento terapeutico, ma rendere possibile la produzione musicale, eliminando le barriere che impediscono a una persona di suonare e di esprimersi musicalmente.

In questo senso, l’inclusione non significa creare un percorso “speciale”, ma cercare gli strumenti e le tecnologie necessarie affinché ciascuno possa affrontare un vero percorso musicale, con la possibilità di arrivare anche a esibirsi davanti a un pubblico. Esattamente come qualsiasi altro musicista.

 

Che cosa significa, concretamente, rendere accessibile la musica? Come vengono scelti e adattati gli strumenti in base alle caratteristiche della singola persona?

Rendere accessibile la musica significa, prima di tutto, uscire dall’idea che lo strumento musicale debba essere utilizzato necessariamente nel modo in cui è stato progettato.

Nel caso delle disabilità fisiche, osservo la persona e analizzo ogni suo movimento, anche il più piccolo, nell’ordine dei millimetri. Cerco di capire quali movimenti può controllare, quali sensori possono essere utilizzati e, sulla base di queste possibilità, “costruisco” lo strumento. La cosa interessante è che lo strumento non deve essere necessariamente limitato a un solo suono: attraverso la tecnologia posso permettere di suonare un pianoforte, un violino, una chitarra o qualsiasi altro strumento.

Ci sono poi soluzioni specifiche anche per disabilità fisiche meno gravi. Per esempio, se una persona riesce a utilizzare una sola mano, può suonare una chitarra in modo tradizionale con quella mano e, attraverso dei sensori e un dispositivo applicato alla tastiera della chitarra, può gestire con altri movimenti il cambio degli accordi.

Con le disabilità cognitive il lavoro è diverso. Posso semplificare l’utilizzo delle tastiere attraverso colori, numeri, oggetti o altri riferimenti, oppure utilizzare una strumentazione appositamente semplificata. Anche in questo caso, però, il principio è sempre lo stesso: cerco di sfruttare al massimo le capacità della singola persona.

Per me rendere accessibile la musica significa proprio questo: non chiedere alla persona di adattarsi allo strumento, ma adattare lo strumento alle possibilità della persona, cercando di trasformare ogni capacità, anche minima, in una possibilità concreta di fare musica.

 

Nel vostro lavoro la tecnologia ha un ruolo fondamentale. In che modo strumenti e tecnologie assistive possono trasformare una limitazione fisica, cognitiva o sensoriale in una nuova possibilità espressiva?

Tutto parte dalla capacità di capire quali sono le possibilità della persona, anche quelle che a prima vista possono sembrare impensabili. Per farlo è necessaria una conoscenza approfondita delle nuove tecnologie, dei software, dei sensori e dei diversi sistemi di interazione.

È proprio dall’incontro tra queste due conoscenze, da una parte la persona e le sue capacità, dall’altra la tecnologia e le sue possibilità, che possono nascere soluzioni musicali completamente nuove. Una limitazione, quindi, può diventare un punto di partenza per trovare un modo diverso di fare musica e di esprimersi.

Ma la tecnologia, da sola, non è sufficiente. È fondamentale anche il ruolo del docente, che deve essere in grado di cogliere tutte le sfumature della persona e, allo stesso tempo, capire come inserirle musicalmente all’interno di un brano.

In definitiva, non si tratta semplicemente di trovare una tecnologia che permetta di “suonare”, ma di capire come trasformare le possibilità di quella persona in un vero contributo musicale ed espressivo.

 

Avete lavorato con associazioni, centri diurni e realtà sanitarie e avete portato sul palco anche musicisti con disabilità insieme ad artisti affermati. Che cosa succede quando l’inclusione non è più soltanto un progetto educativo, ma diventa un vero spettacolo musicale?

La prima cosa che noto è lo stupore del pubblico. La frase che sentiamo più spesso, dopo uno spettacolo, è: “Non pensavo che loro potessero fare questa cosa.”

Ed è una frase che fa riflettere, perché dimostra quanto spesso la disabilità venga associata, ancora prima di conoscere la persona, a ciò che non può fare. Quando invece quella persona sale su un palco, suona, si esibisce insieme ad altri musicisti e contribuisce realmente alla realizzazione di un brano, cambia completamente la prospettiva.

A quel punto non siamo più davanti a un’attività dimostrativa o a un semplice progetto educativo: siamo davanti a uno spettacolo musicale, con musicisti, prove, emozioni, pubblico e performance.

Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti più importanti dell’inclusione: non chiedere al pubblico di guardare una persona con disabilità con occhi diversi, ma darle la possibilità di mostrarsi per quello che è capace di fare. Quando questo accade sul palco, la musica riesce a parlare in modo molto diretto e a mettere in discussione tanti pregiudizi senza bisogno di spiegarli.

 

Arriviamo ad un tema che ci sta particolarmente a cuore: “Cultura è Salute”, il network di Club Medici al quale avete aderito. Lei crede che la musica possa essere considerata una vera risorsa di salute e benessere, oltre alla sua dimensione strettamente terapeutica?

Sì, assolutamente. Credo che la musica, quando viene praticata nel modo giusto e in relazione alle possibilità della singola persona, possa avere ricadute molto positive sia sul piano psicologico sia su quello fisico.

Suonare significa lavorare sulla concentrazione e sulla memoria, ma significa anche divertirsi, mettersi alla prova, provare emozioni e, perché no, vivere anche quella dose di adrenalina che si prova quando si suona insieme ad altri o ci si esibisce davanti a un pubblico.

C’è poi un aspetto legato al corpo: il coordinamento dei movimenti, la ripetizione di determinati gesti e, in alcuni casi, un vero e proprio allenamento fisico.

Non parlerei quindi necessariamente di terapia: il punto è che fare musica può contribuire in modo concreto alla qualità della vita e al benessere della persona. E credo che sia proprio questo il valore della musica: mentre la si pratica per esprimersi, divertirsi e fare qualcosa che piace, può contemporaneamente mettere in gioco capacità cognitive, fisiche ed emotive.

 

Il network “Cultura è Salute” considera le arti come strumenti per la cura della persona, per la cura di sé e anche per la formazione dei professionisti sanitari. Secondo lei, che spazio dovrebbe avere la musica all’interno dei luoghi di cura e nei percorsi dedicati ai professionisti della salute?

La cosa che ho imparato lavorando con persone con disabilità è che la musica permette di guardare la persona oltre la sua condizione. Quando una persona suona, non è più semplicemente un paziente o una persona con una determinata difficoltà: diventa un musicista, con delle capacità, dei desideri e qualcosa da esprimere.

Per questo penso che sarebbe importante che anche i professionisti della salute conoscessero maggiormente le possibilità offerte dalla musica e dalle tecnologie assistive. Non per trasformarsi in musicisti o musicoterapisti, ma per avere una maggiore consapevolezza di ciò che può essere possibile per una persona.

A volte una possibilità che sembra molto piccola può fare una grande differenza: riuscire a premere un pulsante, controllare un suono, partecipare a un brano o semplicemente suonare insieme agli altri può significare recuperare un senso di autonomia, di partecipazione e di identità.

Mi piacerebbe quindi che nei luoghi di cura la musica non fosse considerata qualcosa di accessorio, ma una delle possibilità attraverso cui prendersi cura della persona nella sua globalità.

 

Che cosa potrebbe cambiare se ospedali, strutture sociosanitarie e servizi per le persone con disabilità considerassero la pratica artistica non come un’attività accessoria, ma come parte integrante del benessere?

Questa è una domanda a cui faccio un po’ fatica a rispondere, perché non sono un professionista sanitario e non ho la qualifica per certificare effetti dal punto di vista clinico. Posso però raccontare quello che vedo quotidianamente nel lavoro con i ragazzi.

Sicuramente c’è un grande coinvolgimento e ci si diverte. C’è poi un lavoro importante sulla concentrazione. Pensiamo, per esempio, a Sara, che utilizza il puntatore oculare per suonare una parte pianistica e contemporaneamente deve gestire tre sensori per eseguire altre parti, magari di fiati. Oppure ai ragazzi con disabilità cognitiva, che devono mantenere la concentrazione per un periodo di tempo significativo per riuscire a eseguire correttamente un brano.

In alcuni casi vedo anche la possibilità di allenare movimenti che vengono utilizzati raramente o che addirittura non erano mai stati utilizzati in quel modo. Mi è capitato più volte di sentire una frase come: “Questa cosa non l’ho mai fatta.”

Non posso dire, quindi, che tutto questo abbia necessariamente un effetto terapeutico, perché non è il mio campo e non sarebbe corretto affermarlo. Posso però dire che attraverso la pratica musicale vedo persone divertirsi, concentrarsi, mettersi alla prova, utilizzare capacità che magari non avevano mai sperimentato e raggiungere risultati che spesso loro stessi non pensavano possibili.

E forse è proprio questo il valore che posso testimoniare: non quello di una terapia, ma quello di un’esperienza che mette la persona nelle condizioni di fare, imparare, esprimersi e scoprire nuove possibilità.

 

Nel 2026 il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute hanno firmato un protocollo per rafforzare proprio il rapporto tra cultura, arti, qualità della vita e politiche di cura. È un segnale che può aprire nuove opportunità anche per realtà come “Musica Senza Confini”?

Sì, credo che possa aprire delle opportunità importanti, soprattutto perché finalmente si sta riconoscendo a livello istituzionale il rapporto tra cultura, benessere e salute. Il Protocollo prevede anche attività di sperimentazione, ricerca, formazione e valorizzazione delle esperienze già presenti sul territorio, e questo potrebbe essere molto interessante per realtà come la nostra. Credo però che sia importante non fermarsi al riconoscimento sulla carta. Ci sono già molte realtà che da anni sperimentano concretamente questo rapporto, e sarebbe importante metterle in rete, studiare ciò che fanno e capire quali esperienze possono essere replicate.

Per quanto riguarda Musica Senza Confini, mi piacerebbe che questo tipo di attenzione permettesse di far conoscere maggiormente un approccio che parte dalla persona e dalle sue possibilità, utilizzando musica e tecnologia per permetterle di esprimersi realmente.

Penso che ci sia anche una grande opportunità sul piano della formazione. Per esempio, far conoscere a chi lavora nei settori sanitario e sociosanitario le possibilità offerte dalle tecnologie assistive e dalla produzione musicale inclusiva potrebbe cambiare il modo di guardare alle capacità delle persone con disabilità.

Quindi sì, sono molto favorevole a questo tipo di iniziativa. Ma mi auguro soprattutto che si traduca in progetti concreti, collaborazione tra competenze diverse e possibilità reali per le persone di accedere alla cultura e alla pratica artistica, non soltanto in belle dichiarazioni di principio.

 

Infine lei ha scelto di chiamare il progetto “Musica Senza Confini”. Oggi, dopo tutti questi anni di lavoro, qual è il confine che sente di aver contribuito maggiormente a superare: quello della disabilità, quello della società o quello che spesso siamo noi stessi a mettere davanti alle possibilità delle persone?

Direi sicuramente quello della disabilità, non posso dire di aver superato quello della società. Dopo quasi dieci anni di lavoro continuo a incontrare molte porte chiuse e credo che non siano ancora state comprese fino in fondo tutte le possibilità che questo progetto può offrire.

Quello che invece sento di aver contribuito a superare è il confine che spesso mettiamo davanti alle capacità delle persone con disabilità. Sottovalutiamo molto il potenziale che può esserci in una persona semplicemente perché guardiamo prima alla sua difficoltà e poi alle sue capacità.

Nel mio lavoro ho imparato che bisogna avere pazienza. Non tutto è immediato e non sempre i risultati arrivano velocemente. A volte bisogna osservare, provare, sbagliare e cercare una strada diversa, anche più volte, prima di trovare il modo giusto per permettere a una persona di esprimersi.

Ed è forse questo il significato più profondo di “Musica Senza Confini”: non pensare in anticipo a ciò che una persona non può fare, ma darsi il tempo e gli strumenti per scoprire ciò che invece può fare.

Il confine, quindi, non è sempre nella persona. Molto spesso è nelle aspettative che noi abbiamo nei suoi confronti.

Eleonora Marini ha intervistato la Prof.ssa Alessandra Mocali, Presidentessa di Airalzh ETS, per approfondire il ruolo di questa preziosa Associazione nel sostegno a progetti di ricerca in Italia, alla prevenzione delle malattie neurodegenerative e sul ruolo supportivo dell'arteterapia; ve la proponiamo integralmente

 

L’Associazione Airalzh nasce con una missione precisa: sostenere la ricerca scientifica sull’Alzheimer. Quali sono oggi i principali progetti e obiettivi su cui state investendo?

I principali Progetti di Ricerca sono gli “Airalzh Grants for Young Researchers” (AGYR), che stiamo finanziando dal 2020, rivolti a giovani ricercatori e che riguardano essenzialmente due aspetti. Lo studio di biomarcatori – ossia alterazioni di molecole o di funzioni che possano essere utilizzati sia per la diagnosi precoce che come bersagli per futuri interventi terapeurici – e lo studio dei fattori di rischio ambientali e dei meccanismi di prevenzione mediati ad esempio da elementi nutrizionali. Oltre al finanziamento della Ricerca, l’altro importante obiettivo di Airalzh è la sensibilizzazione e corretta informazione sugli avanzamenti della Ricerca e sull’importanza della prevenzione.

 

Una delle caratteristiche di Airalzh è il sostegno ai giovani ricercatori attraverso bandi e finanziamenti. Perché avete scelto di puntare in modo così deciso sulle nuove generazioni di scienziati?

Abbiamo scelto di puntare sulle “nuove generazioni” di ricercatori per ovviare al “problema”, tutto italiano, della cosiddetta “fuga dei cervelli” dal nostro Paese. Airalzh ETS, fin dalla sua costituzione, ha avuto ed ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo di carriere indipendenti dei nostri ricercatori in Italia. Pensiamo che aver investito, ad oggi, in 38 progetti di ricerca – con cifre di oltre 50.000 euro ciascuno, quindi sufficienti a poter iniziare o proseguire un percorso professionale – abbia dato un contributo a questo obiettivo. Anche la collaborazione pluriennale con la Fondazione “Armenise Harvard” di Boston va in questa direzione, anche se il sostegno è dato, sinergicamente, a Ricercatori “mid-career”. Si tratta, infatti, di una scelta che consente di indirizzare i finanziamenti verso le attività e le scoperte che hanno necessità di consolidare i risultati in una fase estremamente delicata nella carriera di uno scienziato.

 

Quanto è importante oggi investire nella diagnosi precoce e nella prevenzione, oltre che nella ricerca di nuove terapie?

La diagnosi precoce è indispensabile perché sappiamo che lo sviluppo, a livello cerebrale, della malattia inizia anni, talvolta decenni prima dell’apparire dei sintomi, quando le possibilità di intervento si riducono notevolmente.  Ancora non esistono delle cure risolutive, ma possiamo rallentare lo sviluppo della malattia intervenendo precocemente. La prevenzione, sotto questo punto di vista, sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, stabilito che, anche la demenza, può essere prevenuta o almeno “posticipata” o “rallentata” se fin da giovani si tengono corretti stili di vita. È stato infatti dimostrato che, proprio gli stili di vita, siano in grado di interferire anche su alcuni fattori di rischio genetici. Per questo la nostra Associazione si sta impegnando al massimo per la sensibilizzazione, anche nelle scuole, su questo argomento.

 

Airalzh è entrata a far parte del network “Cultura è Salute”, che promuove il ruolo delle arti e della cultura nel benessere delle persone. Cosa vi ha spinto ad aderire a questa rete?

La motivazione è legata proprio all’Arte ed al ruolo che questa ricopre all’interno della malattia di Alzheimer, in quanto rappresenta una possibilità di esplorare nuovi percorsi di cura, ed è dimostrato che può regalare al paziente una migliore qualità della vita. A questo proposito, nel 2024 e successivamente nel 2025, abbiamo indetto il Bando “Art Therapy” con l’obiettivo di finanziare un Progetto di Ricerca, del valore di 50mila Euro per bando, che punti allo studio delle tecniche di arte-terapia nel trattamento dei sintomi cognitivi e comportamentali nelle persone affette da malattia di Alzheimer o disturbo cognitivo lieve. Verso la fine di aprile di quest’anno, invece, è stato presentato “Creative Age – Musei e Arte per l’Alzheimer: percorsi di benessere e inclusione per persone con demenza e i loro caregiver”, con l’obiettivo di promuovere la qualità della vita delle persone con demenza e a contrastare l’isolamento delle famiglie attraverso percorsi culturali dedicati all’interno dei Musei delle province di Bergamo, Brescia e Pavia. Questa attività segue quanto iniziato come progetto pilota nel biennio 2024-25 e attualmente riproposto in Mugello – Toscana con il progetto “Tracce di memoria”.

 

In che modo attività come musica, pittura, teatro o scrittura possono aiutare le persone con Alzheimer o con altre forme di demenza?

L’Arte, in ogni sua forma, stimola circuiti emozionali che si conservano fino agli stadi avanzati delle varie forme di demenza. Attivando queste vie, riduce ansia, depressione e disturbi comportamentali, migliorando la vita dei malati. Numerosi musei, alcuni dei quali sostenuti da Airalzh ETS, offrono programmi specifici per persone con Alzheimer. Queste attività permettono ai pazienti e ai loro carer di uscire dall’isolamento, aiutano i malati a ritrovare la propria identità e, per i famigliari, rappresentano un’importante occasione di confronto, condivisione ed inserimento sociale.

 

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di arteterapia. Quali evidenze scientifiche esistono sui benefici di questi approcci nel mantenimento delle capacità cognitive e relazionali?

Si tratta di un argomento ancora molto dibattuto, dove non tutta la comunità scientifica riconosce questi effetti misurabili in modo oggettivo sul decadimento cognitivo. Anche noi di Airalzh, con i progetti finanziati dai bandi, vogliamo portare un contributo. Personalmente ho visto come lo stato di serenità ed il sentirsi parte di un gruppo possa contribuire a far emergere le capacità cognitive residue di queste persone. Sappiamo che l’Alzheimer è una malattia “della famiglia”, in quanto il carico assistenziale ma soprattutto emotivo, coinvolge in primo luogo i famigliari. Creare momenti di condivisione e di uscita dalla solitudine della famiglia attraverso percorsi di cultura alle persone che accompagnano i loro cari in queste attività è estremamente importante. Spesso è difficile convincerli ad uscire dall’isolamento e dallo stigma. Molto importante è anche il “passaparola” tra coloro che ne hanno fatto esperienza.

 

Sempre più studi suggeriscono che uno stile di vita sano possa ridurre il rischio di sviluppare demenze. Quali comportamenti consigliate ai cittadini per prendersi cura del proprio cervello?

Dal 2024 abbiamo prodotto alcuni “quaderni della prevenzione” (sono disponibili, scaricabili gratuitamente, online al seguente indirizzo: https://prevenzione.airalzh.it). Questi partono da ricerche, condotte dagli scienziati di Airalzh, e riguardano la corretta alimentazione, il movimento e la qualità del sonno. È in preparazione, invece, il quaderno sull’importanza del socializzare.

 

Guardando ai prossimi dieci anni, quale scoperta o innovazione potrebbe cambiare davvero la storia dell’Alzheimer?

Da qualche anno sono in fase di sperimentazione clinica molti farmaci ed interventi su bersagli diversi, ma non è possibile, al momento, ipotizzare quando si arriverà ad una svolta. Secondo il mio punto di vista, però, è importante che si parli di farmaci, o trattamenti non farmacologici attivi, non tanto sui sintomi, quanto sul meccanismo di sviluppo della malattia, che sappiamo non dipendere solo da un fattore. Servirà, quindi, un’integrazione tra le varie terapie, ma sarà altrettanto indispensabile che il nostro Servizio Sanitario Nazionale sia pronto per la presa in carico dei pazienti, per la gestione e distribuzione corretta delle cure.

Il progetto pilota “La vita nelle mani”, nato tra Ottobre 2025 e il Maggio 2026 presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria del IX Municipio di Roma, risponde all'urgenza di far fronte al malessere contemporaneo delle giovani generazioni che sfocia in dipendenze digitali, ritiro sociale e anestesia emotiva, e richiede risposte corali capaci di superare i vecchi confini tra sanità, scuola e cultura attraverso un modello strutturato di welfare culturale integrato.

Nella intervista a cura di Eleonora Marini, la promotrice Sandra Pierpaoli, Presidente di CDI narrAZIONI, ripercorre le fondamenta scientifiche e le tappe di un percorso innovativo che unisce la medicina generale, i luoghi d’arte e il rigore clinico della Drammaterapia Integrata delineando un’architettura di legami pronta a diventare linee metodologiche replicabili a livello nazionale; ve la riportiamo integralmente.

 

ll progetto “La vita nelle mani” propone un modello di welfare culturale integrato. Cosa significa concretamente e perché oggi è necessario superare una visione che separa cultura, salute e sociale?


Il mondo contemporaneo ci mette di fronte a problemi sempre più complessi, di fronte ai quali le risposte frammentate dei singoli settori non bastano più. Il malessere, soprattutto tra i giovani, fatto di isolamento, dipendenze digitali, lesionismo e autolesionismo, nasce da una profonda anestesia del corpo e delle emozioni. Oggi creare un modello di cura basato sul dialogo tra cultura, salute e sociale diventa quindi indispensabile: abbiamo bisogno di un modello in cui la bellezza, l’arte, la medicina, la psicologia e l’aiuto sociale lavorino insieme per curare la persona nella sua interezza corporea e relazionale, superando i vecchi schemi isolati. Inoltre, se considerare la cultura come una risorsa preziosa è il fondamento di ogni progetto di welfare culturale, nel nostro modello integrato questo concetto si evolve e diventa un vero e proprio ecosistema di cura, che offre percorsi creativi calibrati sui diversi livelli di complessità e sui bisogni specifici di ognuno.

 

Perché questo titolo, “La vita nelle mani”?

Alla base del nostro progetto c’è la necessità di riscoprire la corporeità come strumento di conoscenza e di relazione, soprattutto in un’era in cui passiamo troppo tempo a toccare il vetro freddo di uno schermo digitale. Questo titolo vuole anche rendere omaggio all’eredità di Tonino Aspergo, un artigiano, artista e counselor, scomparso nel 2022 che ha dedicato buona parte della sua vita a insegnare ai giovani il valore del lavoro manuale come veicolo per creare bellezza, ma anche per costruire relazioni e solidarietà. Rimettere la vita nelle mani significa riattivare il legame profondo che connette cervello, cuore, corpo e parole, oggi troppo spesso interrotto. In questo modo, la cura smette di essere solo una fredda applicazione di protocolli e diventa un percorso per aiutare ogni persona a ritrovare la propria reale integrazione.

 

In che modo il metodo di Drammaterapia integrata di CDI narrAZIONI supporta questo ecosistema di cura?


Il nostro metodo rappresenta il collante scientifico dell’intero ecosistema, poiché è stato strutturato da un team di professionisti per integrare cura clinica, sanità digitale, terzo settore e welfare culturale. Grazie a studi pilota realizzati in ambiti complessi, come l’oncologia, le malattie reumatologiche e rare e la procreazione medicalmente assistita, la Drammaterapia Integrata è stata validata dalla comunità scientifica attraverso pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali. Questo garantisce un elevato rigore clinico sia nei percorsi digitali sia in quelli in presenza, orientati alla cura della persona attraverso una profonda integrazione tra mente e corpo, nella quale le risorse creative svolgono un ruolo di connessione. Il metodo combina tecniche psicocorporee, narrative e immaginative con le arti terapie, dando vita a percorsi creativi fondati su specifiche metafore, selezionate in base al mondo simbolico e alle esigenze dell’utente. Allo stesso tempo, possiede un elevato grado di flessibilità e può essere adattato a differenti contesti e finalità: dalla promozione del benessere e della qualità delle relazioni fino al trattamento del disturbo. Questa versatilità consente al modello di estendere la propria dimensione di cura anche ad ambiti non strettamente clinici.

 

Nel convegno da voi organizzato avete riunito professionisti della salute, arti, educatori, istituzioni e operatori culturali. Quanto è importante creare un dialogo tra mondi che tradizionalmente lavorano in modo separato?


È di fondamentale importanza perché l’incontro tra questi mondi permette di superare la parzialità delle risposte tradizionali, mettendo al centro il disagio in modo unitario. Il confronto abbatte l’isolamento istituzionale e getta le basi per programmare strategie stabili di salute pubblica basate sulle pratiche culturali ed artistiche. Il Convegno che abbiamo recentemente organizzato presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria ha permesso uno scambio inedito tra mondi che normalmente parlano linguaggi differenti, consentendo di gettare le basi per un terreno comune che rappresenta il vero e proprio manifesto scientifico del nostro modello. Per tradurre questo dialogo in azioni concrete, il nostro ecosistema punta su una formazione specialistica bidirezionale che vede, da un lato, il Dipartimento di Salute Mentale della ASL guidare i medici di medicina generale verso l’uso della ricetta sociale e, dall’altro, offrire agli psicologi percorsi formativi, mirati all’ applicazione della Drammaterapia Integrata. Promuoviamo inoltre la collaborazione con i musei nella messa a punto coordinata di percorsi interattivi che fungano da stimolo per i nostri laboratori.   In questo modo la cooperazione tra sanità, arte e cultura diventa una rete solida e un reale strumento di benessere comunitario.

 

Avete scelto di affiancare al convegno una mostra realizzata con un liceo e laboratori dedicati ai centri di formazione professionale. Perché coinvolgere direttamente i giovani in questo percorso? Ed in che modo le attività espressive e artistiche possono diventare un fattore di prevenzione?


I giovani sono stati i veri protagonisti dell’iniziativa, perché il progetto è nato per rispondere ai dati allarmanti che si registrano su tutto il territorio nazionale, ma in particolare nel Lazio, regione ai vertici per il ritiro sociale cronico, le dipendenze digitali che colpiscono oltre l’11% dei ragazzi e il consumo di psicofarmaci sotto i 18 anni più alto d’Italia. Attraverso la partecipazione a laboratori dedicati al tema delle mani, l’allestimento di una mostra, la produzione di un video e di un articolo, gli studenti del Liceo Artistico San Giuseppe di Grottaferrata hanno approfondito il significato delle mani, donandoci bellissime opere e significative riflessioni: una studentessa, per esempio, ha definito questa riscoperta come un “atto di ribellione poetica” contro la freddezza degli schermi. Nei laboratori rivolti ai Centri di formazione professionale Capodarco e Nathan, le nostre proposte di mediazione artistica hanno messo al centro la fragilità, permettendo ai ragazzi di incontrarsi, superando le barriere delle parole. Abbiamo proposto attività che fanno prevenzione perché rompono il rischio di isolamento digitale, relazionale e sociale. Toccare e modellare materiali veri, riscoprire il contatto con l’altro, obbliga a rispettare i tempi della realtà, accettare l’errore e trasformare l’ansia in un gesto creativo anziché in un atto distruttivo o autodistruttivo.

 

Nel vostro approccio il paziente, o più in generale la persona, non è solo destinatario di un intervento, ma protagonista di un processo creativo. Quanto conta questa partecipazione attiva nei percorsi di salute e inclusione?


La partecipazione attiva cambia tutto perché trasforma la cura da un trattamento passivo a un’esperienza viva e personalizzata, volta a sollecitare e potenziare la creatività come risorsa fondamentale per affrontare il disagio. Nel nostro format di welfare culturale integrato, l’utente diventa protagonista tramite la “narrAZIONE“, un approccio che favorisce l’espressione globale e lo sblocco di emozioni profonde grazie all’attivazione di tutti i canali sensoriali. L’uso della creatività consente alla persona di abbandonare il ruolo di utente passivo, perché chi partecipa impara a rileggere il proprio problema da nuovi punti di vista e ad assumere uno sguardo aperto a molte nuove opportunità. Questo coinvolgimento diretto ed espressivo è l’elemento chiave che trasforma l’intervento clinico in un vero cammino di risocializzazione e di inclusione.

In questo modello il supporto tecnologico gioca un ruolo centrale. In che modo è possibile capovolgere la funzione “isolante” dello strumento digitale?


Nel nostro modello la tecnologia viene inserita in un ecosistema strutturato, dove la ricetta sociale del medico viene accolta da uno Sportello psicologico digitale con funzione di Link Worker. Questo servizio orienta l’utente verso percorsi differenziati per complessità, che possono essere individuali, digitali o in presenza, fino ad attività espressive di gruppo. Questa architettura si avvale della partnership con due piattaforme messe a punto da DNM e Eikon, entrambe Società Benefit Srl, nate dal lavoro pionieristico dell’antropologa Cristina Cenci. In particolare PsyDit si occupa di metodi narrativi innovativi e CuraPerMe di terapie integrate con la consulenza scientifica del Policlinico Gemelli. Grazie all’attivazione di questo ecosistema di cura, lo strumento digitale diventa un canale di aggancio sicuro e accessibile, una porta virtuale per intercettare il giovane nel suo contesto e accompagnarlo gradualmente a riprendere la relazione e il contatto reale.

 

Che ruolo possono avere scuole, musei, teatri e centri culturali nella costruzione di un welfare che non si limiti all’assistenza, ma promuova benessere e partecipazione?


Questi luoghi hanno l’opportunità di valorizzare la propria funzione naturale per diventare presidi di salute attiva sul territorio. La scuola, che è già lo spazio fondamentale in cui i ragazzi sperimentano e costruiscono la propria identità, trova un valore aggiunto integrando i laboratori artistici partecipati come risorsa per prevenire il disagio e accrescere il benessere psicofisico, trasformando anche i percorsi di Formazione Scuola Lavoro in una preziosa opportunità di prevenzione, orientamento e crescita. Allo stesso modo, intendiamo collaborare strettamente con i servizi educativi dei musei per riconoscere e dare un esplicito valore di cura alle attività esperienziali e sensoriali che loro già svolgono quotidianamente. Portando i luoghi di cultura verso questa nuova dimensione di cura condivisa, tutti questi spazi possono aiutare a costruire legami basati sull’empatia e sulla collaborazione, accogliendo anche le fragilità all’interno della comunità.

 

Si parla sempre più spesso di “prescrizione sociale”, cioè della possibilità che medici e operatori sanitari indirizzino le persone verso attività culturali, artistiche o di comunità come complemento ai percorsi di cura. Quali potenzialità vede in questo approccio e pensa che possa diventare uno strumento concreto anche nel sistema sanitario italiano?


Le potenzialità per affrontare l’isolamento sociale in molte categorie, dagli anziani soli a chi vive forme di marginalità o disagio psichico, sono enormi, anche grazie alla solida base istituzionale del Protocollo nazionale siglato ad aprile 2026 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute e alle sperimentazioni nate in regioni come Piemonte, Lombardia, Trentino e Toscana, per citarne solo alcune.  Dal punto di vista operativo parliamo di una procedura nuova e fortemente innovativa, e siamo consapevoli che realisticamente ci vorrà del tempo affinché diventi una pratica consolidata e quotidiana nel nostro sistema sanitario, sebbene sia un approccio che porta con sé anche importanti vantaggi economici, poiché riduce la pressione sugli ospedali, l’uso di psicofarmaci e la spesa sanitaria pubblica. Tuttavia si tratta di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, come la scuola, il comune, la sanità e i musei a un radicale cambio di paradigma e il dialogo iniziato con il nostro evento si è voluto muovere proprio in questa direzione. Il nostro progetto pilota nel territorio romano vuole rappresentare un esempio concreto dell’efficacia di questo strumento innovativo, iniziando ad applicarlo con un target specifico, per migliorare il benessere tra i giovani.

 

Guardando al futuro, quali sono i primi sviluppi del progetto “La vita nelle mani”?


I prossimi passi sono concreti: in partnership strategica con l’APS Save the Family, abbiamo candidato un progetto sistemico per il bando regionale Comunità Solidali 2026. L’esito positivo del bando potrebbe rappresentare per noi un significativo acceleratore, ma l’apprezzamento delle istituzioni ha già consolidato una rete d’eccellenza solida e potenzialmente operativa, pronta a muoversi eventualmente anche in altre direzioni per intercettare ulteriori forme di finanziamento. Il consenso ricevuto garantisce la continuità della nostra azione per attivare comunque il progetto pilota nel IX Municipio di Roma, grazie alla sinergia formata dallo stesso Municipio, dal Distretto IX della ASL Roma 2, dal Museo delle Civiltà e della Direzione Regionale Musei Statali del Lazio. L’obiettivo resta applicare sul campo questo ecosistema contro il ritiro sociale tra i giovani e contemporaneamente riuscire a lanciare un programma di alta formazione in Drammaterapia Integrata per psicologi, psicoterapeuti e artiterapeuti.

 

Immagina infine che esperienze come “La vita nelle mani” possano diventare un modello replicabile a livello nazionale?


Certamente, l’intero progetto è strutturato come uno studio pilota per essere esportato in altri territori comunali, regionali nazionali, dato che questo modello è pensato per i giovani ma può essere applicato con successo a qualsiasi tipo di target sociale. La prima mossa per diffonderlo è la pubblicazione del volume monografico “La vita nelle mani: tra relazione, tradizione e creatività”, che raccoglie gli atti del Convegno e le esperienze svolte tra ottobre 2025 e maggio 2026 presso La Vaccheria. In caso di attivazione del nuovo progetto, partirà invece una ricerca apposita, grazie al monitoraggio dell’Università di Tor Vergata e dell’Osservatorio Interuniversitario Parità di genere per trasformare la nostra sperimentazione in linee metodologiche replicabili.

CDI narrAZIONI – Centro di Drammaterapia Integrata rappresenta un team d’eccellenza composto da professionisti specializzati nella cura clinica, nella sanità digitale, nel terzo settore e nel welfare culturale. Attraverso lo sviluppo e l’applicazione della Drammaterapia Integrata — metodo scientifico basato sull’unione di tecniche psicocorporee, analisi bioenergetica, arti terapie e approcci narrativi — il team progetta e valida percorsi di cura personalizzati sia in presenza che da remoto. Forte di studi pilota già pubblicati su prestigiose riviste internazionali come Frontiers, CDI narrAZIONI opera in sinergia con istituzioni pubbliche, università e aziende sanitarie per trasformare la mediazione artistica e la prescrizione sociale in strumenti stabili, sostenibili e misurabili di salute pubblica.

 

 

L'Opera come elemento culturale che favorisce il benessere dell'individuo, e come strumento di partecipazione e di diffusione dei valori sociali: da questi presupposti è nato il progetto Opera Education, che fin dalle sue origini non si è limitato a coltivare solo nuove generazioni di appassionati spettatori, ma ha valorizzato e promosso anche i nuovi talenti nella musica e nello spettacolo teatrale.

Il punto chiave è stato cambiare prospettiva: non chiedere di adattarsi all’opera, ma trovare strategie per rendere il linguaggio dell’opera vicino al loro modo di apprendere e scoprire il mondo anche attraverso metodologie che consentono di vivere la musica in modo diretto, primo tra tutti il canto corale, elemento fondamentale che permette al pubblico di grandi e piccini di essere protagonista attivo di tutti gli spettacoli, diventando parte attiva dell’esperienza teatrale: così l’opera smette di essere qualcosa di distante, e diventa improvvisamente familiare.

 

Ecco l'intervista realizzata da Eleonora Marini e pubblicata integralmente su La Voce dei Medici

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