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Eleonora Marini ha intervistato la Prof.ssa Alessandra Mocali, Presidentessa di Airalzh ETS, per approfondire il ruolo di questa preziosa Associazione nel sostegno a progetti di ricerca in Italia, alla prevenzione delle malattie neurodegenerative e sul ruolo supportivo dell'arteterapia; ve la proponiamo integralmente

 

L’Associazione Airalzh nasce con una missione precisa: sostenere la ricerca scientifica sull’Alzheimer. Quali sono oggi i principali progetti e obiettivi su cui state investendo?

I principali Progetti di Ricerca sono gli “Airalzh Grants for Young Researchers” (AGYR), che stiamo finanziando dal 2020, rivolti a giovani ricercatori e che riguardano essenzialmente due aspetti. Lo studio di biomarcatori – ossia alterazioni di molecole o di funzioni che possano essere utilizzati sia per la diagnosi precoce che come bersagli per futuri interventi terapeurici – e lo studio dei fattori di rischio ambientali e dei meccanismi di prevenzione mediati ad esempio da elementi nutrizionali. Oltre al finanziamento della Ricerca, l’altro importante obiettivo di Airalzh è la sensibilizzazione e corretta informazione sugli avanzamenti della Ricerca e sull’importanza della prevenzione.

 

Una delle caratteristiche di Airalzh è il sostegno ai giovani ricercatori attraverso bandi e finanziamenti. Perché avete scelto di puntare in modo così deciso sulle nuove generazioni di scienziati?

Abbiamo scelto di puntare sulle “nuove generazioni” di ricercatori per ovviare al “problema”, tutto italiano, della cosiddetta “fuga dei cervelli” dal nostro Paese. Airalzh ETS, fin dalla sua costituzione, ha avuto ed ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo di carriere indipendenti dei nostri ricercatori in Italia. Pensiamo che aver investito, ad oggi, in 38 progetti di ricerca – con cifre di oltre 50.000 euro ciascuno, quindi sufficienti a poter iniziare o proseguire un percorso professionale – abbia dato un contributo a questo obiettivo. Anche la collaborazione pluriennale con la Fondazione “Armenise Harvard” di Boston va in questa direzione, anche se il sostegno è dato, sinergicamente, a Ricercatori “mid-career”. Si tratta, infatti, di una scelta che consente di indirizzare i finanziamenti verso le attività e le scoperte che hanno necessità di consolidare i risultati in una fase estremamente delicata nella carriera di uno scienziato.

 

Quanto è importante oggi investire nella diagnosi precoce e nella prevenzione, oltre che nella ricerca di nuove terapie?

La diagnosi precoce è indispensabile perché sappiamo che lo sviluppo, a livello cerebrale, della malattia inizia anni, talvolta decenni prima dell’apparire dei sintomi, quando le possibilità di intervento si riducono notevolmente.  Ancora non esistono delle cure risolutive, ma possiamo rallentare lo sviluppo della malattia intervenendo precocemente. La prevenzione, sotto questo punto di vista, sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, stabilito che, anche la demenza, può essere prevenuta o almeno “posticipata” o “rallentata” se fin da giovani si tengono corretti stili di vita. È stato infatti dimostrato che, proprio gli stili di vita, siano in grado di interferire anche su alcuni fattori di rischio genetici. Per questo la nostra Associazione si sta impegnando al massimo per la sensibilizzazione, anche nelle scuole, su questo argomento.

 

Airalzh è entrata a far parte del network “Cultura è Salute”, che promuove il ruolo delle arti e della cultura nel benessere delle persone. Cosa vi ha spinto ad aderire a questa rete?

La motivazione è legata proprio all’Arte ed al ruolo che questa ricopre all’interno della malattia di Alzheimer, in quanto rappresenta una possibilità di esplorare nuovi percorsi di cura, ed è dimostrato che può regalare al paziente una migliore qualità della vita. A questo proposito, nel 2024 e successivamente nel 2025, abbiamo indetto il Bando “Art Therapy” con l’obiettivo di finanziare un Progetto di Ricerca, del valore di 50mila Euro per bando, che punti allo studio delle tecniche di arte-terapia nel trattamento dei sintomi cognitivi e comportamentali nelle persone affette da malattia di Alzheimer o disturbo cognitivo lieve. Verso la fine di aprile di quest’anno, invece, è stato presentato “Creative Age – Musei e Arte per l’Alzheimer: percorsi di benessere e inclusione per persone con demenza e i loro caregiver”, con l’obiettivo di promuovere la qualità della vita delle persone con demenza e a contrastare l’isolamento delle famiglie attraverso percorsi culturali dedicati all’interno dei Musei delle province di Bergamo, Brescia e Pavia. Questa attività segue quanto iniziato come progetto pilota nel biennio 2024-25 e attualmente riproposto in Mugello – Toscana con il progetto “Tracce di memoria”.

 

In che modo attività come musica, pittura, teatro o scrittura possono aiutare le persone con Alzheimer o con altre forme di demenza?

L’Arte, in ogni sua forma, stimola circuiti emozionali che si conservano fino agli stadi avanzati delle varie forme di demenza. Attivando queste vie, riduce ansia, depressione e disturbi comportamentali, migliorando la vita dei malati. Numerosi musei, alcuni dei quali sostenuti da Airalzh ETS, offrono programmi specifici per persone con Alzheimer. Queste attività permettono ai pazienti e ai loro carer di uscire dall’isolamento, aiutano i malati a ritrovare la propria identità e, per i famigliari, rappresentano un’importante occasione di confronto, condivisione ed inserimento sociale.

 

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di arteterapia. Quali evidenze scientifiche esistono sui benefici di questi approcci nel mantenimento delle capacità cognitive e relazionali?

Si tratta di un argomento ancora molto dibattuto, dove non tutta la comunità scientifica riconosce questi effetti misurabili in modo oggettivo sul decadimento cognitivo. Anche noi di Airalzh, con i progetti finanziati dai bandi, vogliamo portare un contributo. Personalmente ho visto come lo stato di serenità ed il sentirsi parte di un gruppo possa contribuire a far emergere le capacità cognitive residue di queste persone. Sappiamo che l’Alzheimer è una malattia “della famiglia”, in quanto il carico assistenziale ma soprattutto emotivo, coinvolge in primo luogo i famigliari. Creare momenti di condivisione e di uscita dalla solitudine della famiglia attraverso percorsi di cultura alle persone che accompagnano i loro cari in queste attività è estremamente importante. Spesso è difficile convincerli ad uscire dall’isolamento e dallo stigma. Molto importante è anche il “passaparola” tra coloro che ne hanno fatto esperienza.

 

Sempre più studi suggeriscono che uno stile di vita sano possa ridurre il rischio di sviluppare demenze. Quali comportamenti consigliate ai cittadini per prendersi cura del proprio cervello?

Dal 2024 abbiamo prodotto alcuni “quaderni della prevenzione” (sono disponibili, scaricabili gratuitamente, online al seguente indirizzo: https://prevenzione.airalzh.it). Questi partono da ricerche, condotte dagli scienziati di Airalzh, e riguardano la corretta alimentazione, il movimento e la qualità del sonno. È in preparazione, invece, il quaderno sull’importanza del socializzare.

 

Guardando ai prossimi dieci anni, quale scoperta o innovazione potrebbe cambiare davvero la storia dell’Alzheimer?

Da qualche anno sono in fase di sperimentazione clinica molti farmaci ed interventi su bersagli diversi, ma non è possibile, al momento, ipotizzare quando si arriverà ad una svolta. Secondo il mio punto di vista, però, è importante che si parli di farmaci, o trattamenti non farmacologici attivi, non tanto sui sintomi, quanto sul meccanismo di sviluppo della malattia, che sappiamo non dipendere solo da un fattore. Servirà, quindi, un’integrazione tra le varie terapie, ma sarà altrettanto indispensabile che il nostro Servizio Sanitario Nazionale sia pronto per la presa in carico dei pazienti, per la gestione e distribuzione corretta delle cure.

Il progetto pilota La vita nelle mani, nato tra Ottobre 2025 e il Maggio 2026 presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria del IX Municipio di Roma, risponde all'urgenza di far fronte al malessere contemporaneo delle giovani generazioni che sfocia in dipendenze digitali, ritiro sociale e anestesia emotiva, e richiede risposte corali capaci di superare i vecchi confini tra sanità, scuola e cultura attraverso un modello strutturato di welfare culturale integrato.

Nella intervista a cura di Eleonora Marini, la promotrice Sandra Pierpaoli, Presidente di CDI narrAZIONI, ripercorre le fondamenta scientifiche e le tappe di un percorso innovativo che unisce la medicina generale, i luoghi d’arte e il rigore clinico della Drammaterapia Integrata delineando un’architettura di legami pronta a diventare linee metodologiche replicabili a livello nazionale; ve la riportiamo integralmente.

 

ll progetto “La vita nelle mani” propone un modello di welfare culturale integrato. Cosa significa concretamente e perché oggi è necessario superare una visione che separa cultura, salute e sociale?


Il mondo contemporaneo ci mette di fronte a problemi sempre più complessi, di fronte ai quali le risposte frammentate dei singoli settori non bastano più. Il malessere, soprattutto tra i giovani, fatto di isolamento, dipendenze digitali, lesionismo e autolesionismo, nasce da una profonda anestesia del corpo e delle emozioni. Oggi creare un modello di cura basato sul dialogo tra cultura, salute e sociale diventa quindi indispensabile: abbiamo bisogno di un modello in cui la bellezza, l’arte, la medicina, la psicologia e l’aiuto sociale lavorino insieme per curare la persona nella sua interezza corporea e relazionale, superando i vecchi schemi isolati. Inoltre, se considerare la cultura come una risorsa preziosa è il fondamento di ogni progetto di welfare culturale, nel nostro modello integrato questo concetto si evolve e diventa un vero e proprio ecosistema di cura, che offre percorsi creativi calibrati sui diversi livelli di complessità e sui bisogni specifici di ognuno.

 

Perché questo titolo, “La vita nelle mani”?

Alla base del nostro progetto c’è la necessità di riscoprire la corporeità come strumento di conoscenza e di relazione, soprattutto in un’era in cui passiamo troppo tempo a toccare il vetro freddo di uno schermo digitale. Questo titolo vuole anche rendere omaggio all’eredità di Tonino Aspergo, un artigiano, artista e counselor, scomparso nel 2022 che ha dedicato buona parte della sua vita a insegnare ai giovani il valore del lavoro manuale come veicolo per creare bellezza, ma anche per costruire relazioni e solidarietà. Rimettere la vita nelle mani significa riattivare il legame profondo che connette cervello, cuore, corpo e parole, oggi troppo spesso interrotto. In questo modo, la cura smette di essere solo una fredda applicazione di protocolli e diventa un percorso per aiutare ogni persona a ritrovare la propria reale integrazione.

 

In che modo il metodo di Drammaterapia integrata di CDI narrAZIONI supporta questo ecosistema di cura?


Il nostro metodo rappresenta il collante scientifico dell’intero ecosistema, poiché è stato strutturato da un team di professionisti per integrare cura clinica, sanità digitale, terzo settore e welfare culturale. Grazie a studi pilota realizzati in ambiti complessi, come l’oncologia, le malattie reumatologiche e rare e la procreazione medicalmente assistita, la Drammaterapia Integrata è stata validata dalla comunità scientifica attraverso pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali. Questo garantisce un elevato rigore clinico sia nei percorsi digitali sia in quelli in presenza, orientati alla cura della persona attraverso una profonda integrazione tra mente e corpo, nella quale le risorse creative svolgono un ruolo di connessione. Il metodo combina tecniche psicocorporee, narrative e immaginative con le arti terapie, dando vita a percorsi creativi fondati su specifiche metafore, selezionate in base al mondo simbolico e alle esigenze dell’utente. Allo stesso tempo, possiede un elevato grado di flessibilità e può essere adattato a differenti contesti e finalità: dalla promozione del benessere e della qualità delle relazioni fino al trattamento del disturbo. Questa versatilità consente al modello di estendere la propria dimensione di cura anche ad ambiti non strettamente clinici.

 

Nel convegno da voi organizzato avete riunito professionisti della salute, arti, educatori, istituzioni e operatori culturali. Quanto è importante creare un dialogo tra mondi che tradizionalmente lavorano in modo separato?


È di fondamentale importanza perché l’incontro tra questi mondi permette di superare la parzialità delle risposte tradizionali, mettendo al centro il disagio in modo unitario. Il confronto abbatte l’isolamento istituzionale e getta le basi per programmare strategie stabili di salute pubblica basate sulle pratiche culturali ed artistiche. Il Convegno che abbiamo recentemente organizzato presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria ha permesso uno scambio inedito tra mondi che normalmente parlano linguaggi differenti, consentendo di gettare le basi per un terreno comune che rappresenta il vero e proprio manifesto scientifico del nostro modello. Per tradurre questo dialogo in azioni concrete, il nostro ecosistema punta su una formazione specialistica bidirezionale che vede, da un lato, il Dipartimento di Salute Mentale della ASL guidare i medici di medicina generale verso l’uso della ricetta sociale e, dall’altro, offrire agli psicologi percorsi formativi, mirati all’ applicazione della Drammaterapia Integrata. Promuoviamo inoltre la collaborazione con i musei nella messa a punto coordinata di percorsi interattivi che fungano da stimolo per i nostri laboratori.   In questo modo la cooperazione tra sanità, arte e cultura diventa una rete solida e un reale strumento di benessere comunitario.

 

Avete scelto di affiancare al convegno una mostra realizzata con un liceo e laboratori dedicati ai centri di formazione professionale. Perché coinvolgere direttamente i giovani in questo percorso? Ed in che modo le attività espressive e artistiche possono diventare un fattore di prevenzione?


I giovani sono stati i veri protagonisti dell’iniziativa, perché il progetto è nato per rispondere ai dati allarmanti che si registrano su tutto il territorio nazionale, ma in particolare nel Lazio, regione ai vertici per il ritiro sociale cronico, le dipendenze digitali che colpiscono oltre l’11% dei ragazzi e il consumo di psicofarmaci sotto i 18 anni più alto d’Italia. Attraverso la partecipazione a laboratori dedicati al tema delle mani, l’allestimento di una mostra, la produzione di un video e di un articolo, gli studenti del Liceo Artistico San Giuseppe di Grottaferrata hanno approfondito il significato delle mani, donandoci bellissime opere e significative riflessioni: una studentessa, per esempio, ha definito questa riscoperta come un “atto di ribellione poetica” contro la freddezza degli schermi. Nei laboratori rivolti ai Centri di formazione professionale Capodarco e Nathan, le nostre proposte di mediazione artistica hanno messo al centro la fragilità, permettendo ai ragazzi di incontrarsi, superando le barriere delle parole. Abbiamo proposto attività che fanno prevenzione perché rompono il rischio di isolamento digitale, relazionale e sociale. Toccare e modellare materiali veri, riscoprire il contatto con l’altro, obbliga a rispettare i tempi della realtà, accettare l’errore e trasformare l’ansia in un gesto creativo anziché in un atto distruttivo o autodistruttivo.

 

Nel vostro approccio il paziente, o più in generale la persona, non è solo destinatario di un intervento, ma protagonista di un processo creativo. Quanto conta questa partecipazione attiva nei percorsi di salute e inclusione?


La partecipazione attiva cambia tutto perché trasforma la cura da un trattamento passivo a un’esperienza viva e personalizzata, volta a sollecitare e potenziare la creatività come risorsa fondamentale per affrontare il disagio. Nel nostro format di welfare culturale integrato, l’utente diventa protagonista tramite la “narrAZIONE“, un approccio che favorisce l’espressione globale e lo sblocco di emozioni profonde grazie all’attivazione di tutti i canali sensoriali. L’uso della creatività consente alla persona di abbandonare il ruolo di utente passivo, perché chi partecipa impara a rileggere il proprio problema da nuovi punti di vista e ad assumere uno sguardo aperto a molte nuove opportunità. Questo coinvolgimento diretto ed espressivo è l’elemento chiave che trasforma l’intervento clinico in un vero cammino di risocializzazione e di inclusione.

In questo modello il supporto tecnologico gioca un ruolo centrale. In che modo è possibile capovolgere la funzione “isolante” dello strumento digitale?


Nel nostro modello la tecnologia viene inserita in un ecosistema strutturato, dove la ricetta sociale del medico viene accolta da uno Sportello psicologico digitale con funzione di Link Worker. Questo servizio orienta l’utente verso percorsi differenziati per complessità, che possono essere individuali, digitali o in presenza, fino ad attività espressive di gruppo. Questa architettura si avvale della partnership con due piattaforme messe a punto da DNM e Eikon, entrambe Società Benefit Srl, nate dal lavoro pionieristico dell’antropologa Cristina Cenci. In particolare PsyDit si occupa di metodi narrativi innovativi e CuraPerMe di terapie integrate con la consulenza scientifica del Policlinico Gemelli. Grazie all’attivazione di questo ecosistema di cura, lo strumento digitale diventa un canale di aggancio sicuro e accessibile, una porta virtuale per intercettare il giovane nel suo contesto e accompagnarlo gradualmente a riprendere la relazione e il contatto reale.

 

Che ruolo possono avere scuole, musei, teatri e centri culturali nella costruzione di un welfare che non si limiti all’assistenza, ma promuova benessere e partecipazione?


Questi luoghi hanno l’opportunità di valorizzare la propria funzione naturale per diventare presidi di salute attiva sul territorio. La scuola, che è già lo spazio fondamentale in cui i ragazzi sperimentano e costruiscono la propria identità, trova un valore aggiunto integrando i laboratori artistici partecipati come risorsa per prevenire il disagio e accrescere il benessere psicofisico, trasformando anche i percorsi di Formazione Scuola Lavoro in una preziosa opportunità di prevenzione, orientamento e crescita. Allo stesso modo, intendiamo collaborare strettamente con i servizi educativi dei musei per riconoscere e dare un esplicito valore di cura alle attività esperienziali e sensoriali che loro già svolgono quotidianamente. Portando i luoghi di cultura verso questa nuova dimensione di cura condivisa, tutti questi spazi possono aiutare a costruire legami basati sull’empatia e sulla collaborazione, accogliendo anche le fragilità all’interno della comunità.

 

Si parla sempre più spesso di “prescrizione sociale”, cioè della possibilità che medici e operatori sanitari indirizzino le persone verso attività culturali, artistiche o di comunità come complemento ai percorsi di cura. Quali potenzialità vede in questo approccio e pensa che possa diventare uno strumento concreto anche nel sistema sanitario italiano?


Le potenzialità per affrontare l’isolamento sociale in molte categorie, dagli anziani soli a chi vive forme di marginalità o disagio psichico, sono enormi, anche grazie alla solida base istituzionale del Protocollo nazionale siglato ad aprile 2026 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute e alle sperimentazioni nate in regioni come Piemonte, Lombardia, Trentino e Toscana, per citarne solo alcune.  Dal punto di vista operativo parliamo di una procedura nuova e fortemente innovativa, e siamo consapevoli che realisticamente ci vorrà del tempo affinché diventi una pratica consolidata e quotidiana nel nostro sistema sanitario, sebbene sia un approccio che porta con sé anche importanti vantaggi economici, poiché riduce la pressione sugli ospedali, l’uso di psicofarmaci e la spesa sanitaria pubblica. Tuttavia si tratta di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, come la scuola, il comune, la sanità e i musei a un radicale cambio di paradigma e il dialogo iniziato con il nostro evento si è voluto muovere proprio in questa direzione. Il nostro progetto pilota nel territorio romano vuole rappresentare un esempio concreto dell’efficacia di questo strumento innovativo, iniziando ad applicarlo con un target specifico, per migliorare il benessere tra i giovani.

 

Guardando al futuro, quali sono i primi sviluppi del progetto “La vita nelle mani”?


I prossimi passi sono concreti: in partnership strategica con l’APS Save the Family, abbiamo candidato un progetto sistemico per il bando regionale Comunità Solidali 2026. L’esito positivo del bando potrebbe rappresentare per noi un significativo acceleratore, ma l’apprezzamento delle istituzioni ha già consolidato una rete d’eccellenza solida e potenzialmente operativa, pronta a muoversi eventualmente anche in altre direzioni per intercettare ulteriori forme di finanziamento. Il consenso ricevuto garantisce la continuità della nostra azione per attivare comunque il progetto pilota nel IX Municipio di Roma, grazie alla sinergia formata dallo stesso Municipio, dal Distretto IX della ASL Roma 2, dal Museo delle Civiltà e della Direzione Regionale Musei Statali del Lazio. L’obiettivo resta applicare sul campo questo ecosistema contro il ritiro sociale tra i giovani e contemporaneamente riuscire a lanciare un programma di alta formazione in Drammaterapia Integrata per psicologi, psicoterapeuti e artiterapeuti.

 

Immagina infine che esperienze come “La vita nelle mani” possano diventare un modello replicabile a livello nazionale?


Certamente, l’intero progetto è strutturato come uno studio pilota per essere esportato in altri territori comunali, regionali nazionali, dato che questo modello è pensato per i giovani ma può essere applicato con successo a qualsiasi tipo di target sociale. La prima mossa per diffonderlo è la pubblicazione del volume monografico “La vita nelle mani: tra relazione, tradizione e creatività”, che raccoglie gli atti del Convegno e le esperienze svolte tra ottobre 2025 e maggio 2026 presso La Vaccheria. In caso di attivazione del nuovo progetto, partirà invece una ricerca apposita, grazie al monitoraggio dell’Università di Tor Vergata e dell’Osservatorio Interuniversitario Parità di genere per trasformare la nostra sperimentazione in linee metodologiche replicabili.

CDI narrAZIONI – Centro di Drammaterapia Integrata rappresenta un team d’eccellenza composto da professionisti specializzati nella cura clinica, nella sanità digitale, nel terzo settore e nel welfare culturale. Attraverso lo sviluppo e l’applicazione della Drammaterapia Integrata — metodo scientifico basato sull’unione di tecniche psicocorporee, analisi bioenergetica, arti terapie e approcci narrativi — il team progetta e valida percorsi di cura personalizzati sia in presenza che da remoto. Forte di studi pilota già pubblicati su prestigiose riviste internazionali come Frontiers, CDI narrAZIONI opera in sinergia con istituzioni pubbliche, università e aziende sanitarie per trasformare la mediazione artistica e la prescrizione sociale in strumenti stabili, sostenibili e misurabili di salute pubblica.

 

 

L'Opera come elemento culturale che favorisce il benessere dell'individuo, e come strumento di partecipazione e di diffusione dei valori sociali: da questi presupposti è nato il progetto Opera Education, che fin dalle sue origini non si è limitato a coltivare solo nuove generazioni di appassionati spettatori, ma ha valorizzato e promosso anche i nuovi talenti nella musica e nello spettacolo teatrale.

Il punto chiave è stato cambiare prospettiva: non chiedere di adattarsi all’opera, ma trovare strategie per rendere il linguaggio dell’opera vicino al loro modo di apprendere e scoprire il mondo anche attraverso metodologie che consentono di vivere la musica in modo diretto, primo tra tutti il canto corale, elemento fondamentale che permette al pubblico di grandi e piccini di essere protagonista attivo di tutti gli spettacoli, diventando parte attiva dell’esperienza teatrale: così l’opera smette di essere qualcosa di distante, e diventa improvvisamente familiare.

 

Ecco l'intervista realizzata da Eleonora Marini e pubblicata integralmente su La Voce dei Medici

Per cogliere il concetto che gravita intorno all’arte terapia partiamo da questa definizione generale di riferimento: l’arte terapia è un percorso di appoggio e/o di cura di indirizzo psichico, comparsa verso gli anni 40 del novecento come nuova articolazione della psicoterapia dinamica e della pratica psicoanalitica, tesa a promuovere un profondo cambiamento del Sé, rivisitando le dinamiche del vissuto primario nella stretta relazione madre-bambino e le successive trasformazioni concrete e concettuali.

L'arte terapia ieri e oggi

Riprendo alcuni concetti che reputo fondamentali per una riflessione reciproca dettati da un incontro culturale tenuto dallo psicoterapeuta Massimo Recalcati, per evidenziare alcune sottolineature importanti del legame stretto che intercorre fra Arte e Cura. Egli osserva: “Compito dell’Arte è costruire una forma che ricopra l’elemento scabroso della ferita”.

Il dolore, la sofferenza crea una scissione, una spaccatura all’interno della persona e l’Arte permette di sciogliere il grumo della sofferenza dando segno tangibile di cambiamento (il tocco, il gesto che si imprime su una tela è già prossimo al cambiamento), di ascesi attraverso l’impulso del gesto, del tocco poetico nell’immagine che diviene segno visibile di lacerazione. Che sia segno di colore o di penna, è quel segno che libera la persona in un percorso che sostanzia e che si invola verso la Cura. Come ben apostrofa Recalcati, nella Cura è importante restare vicino a chi cade, a chi fa fatica o si strugge e noi possiamo sempre aprirci a delle possibilità di Cura se restiamo accanto alla persona, se l’accompagniamo in quel segno, in quella traccia di memoria.

“Per essere guarito, lo spirito deve lasciarsi cogliere da qualcosa che lo trascende, che non gli è estraneo, ma entro cui si realizzano le sue potenzialità” (Paul J. Tillich)

Van Gogh: verso il cambiamento

Se pensiamo ai grandi pittori sicuramente chi crea uno spartiacque nella storia, una spaccatura e un forte cambiamento è Vincent Van Gogh. Nelle sue creazioni si avverte la bellezza che prende il posto del dolore: la bellezza del dipinto che riemerge come velo della ferita. Fino ad allora l’arte svolgeva il compito di coprire la ferita, di nascondere quel dolore assegnandogli un posto come retrovia; con Van Gogh cambia il linguaggio emotivo e l’arte si pronuncia nel mostrare vivamente quella ferita e di spalancare il dolore alla dignità della bellezza. In questo senso tutta l’arte contemporanea si mostra non nascondendosi dietro quel velo ma guardando in viso quella ferita, dove la vera bellezza è proprio in quella ferita, in quel segno tangibile.

“Per questo l’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato” (Tiziano Terzani).

“L’arte, intesa nel senso etimologico completo della parola come il complesso delle opere individuali attraverso cui esprimiamo la nostra creatività, può veramente dischiudere un cammino quando sappiamo dare alle emozioni il loro giusto peso, quando le lasciamo libere di esprimersi nel battito del loro ritmo” (dal mio testo Non avere paura. Conoscersi per curarsi).

L’arte come pratica della cura: Picasso

L’arte la possiamo interpretare come una pratica della cura, l’espressione del singolo che lavora per quietare la sua fatica, la sua tensione in quell’atto liberatorio che affonda nella psiche. Ancora Recalcati nel suo intervento parla di cambiamento come avanzamento, crescita e arricchimento della Comunità e tutti i grandi cambiamenti della Storia ci confermano questa verità, ed è inconfutabile che noi cambiamo attraverso l’arte. 

Un’altra opera d’arte che rappresenta il cambiamento di un pensiero e l’assunzione dell’arte alla cura la possiamo incontrare nel dipinto di Picasso Guernica. L’ispirazione del soggetto venne al pittore dopo il bombardamento della città (26 aprile 1937)  e il quadro venne realizzato in soli due mesi, dal 1 maggio al 4 giugno 1937. Si trattò di un bombardamento terroristico contro la popolazione civile e contro la città.

Guernica viene considerato uno dei maggiori capolavori del pittore spagnolo. Questa città subì un trauma  profondo, devastante nella sua realtà di comunità e quel dramma in un certo senso è stato sublimato dalle mani del pittore attraverso la ricostruzione della dignità del dolore. Il dipinto mette in rilievo la compensazione di un flagello che deve trovare nel segno, nella parola, la sua apoteosi, la sua riconciliazione. In quel dipinto noi sentiamo la ferita, ci caliamo in quella ferita che ha odore di storia, di trauma condiviso. L’arte lavora sulle ferite, come ben sottolinea Recalcati, e ogni lavoro dell’arte è un lavoro su un lutto, un lavoro psichico che riguarda l’elaborazione, il tracciamento di un dolore che trova in quell’opera manifesta una propria autorealizzazione, una sutura di pacificazione interiore. Lavorare sulla perdita, sulla mancanza di riconoscimento, sul lutto interiore, significa dare compiutezza ad un’opera d’arte. 

L’opera quindi ci parla spesso di un lutto e della sua elaborazione, e tanti artisti contemporanei lo insegnano. Il lavoro della psiche sulla ferita, sul lutto, può generare un prodotto artistico e quel processo formativo al fine di realizzare la definizione dell’opera permette all’artista di svelare la sua fatica, il suo lutto, la tensione interiore che in quel percorso conoscitivo diviene armonia voluttuosa, a tratti sostanza metafisica. Il corpo agisce con il tocco e funge da tramite fra la psiche e la realizzazione. Il lutto come la perdita può rappresentare un percorso ampio di conoscenza interiore e la sua elaborazione ha bisogno di strumenti su cui appoggiarsi per rendere più leggero quel dolore, per assottigliarne la brama, veicolandolo verso nuove sponde di consapevolezza.

Il lavoro del lutto è sempre un lavoro legato alla Memoria. Come insegna Liliana Segre, attraverso la sua testimonianza,  a quel lutto dobbiamo imparare a dare parola, a condividerlo attraverso cori memoriali, concetti cognitivi per imprimere a chi ascolta un senso nuovo di appartenenza, per permettere nuove pagine di sussistenza e di nostra conferma al mondo. 

Il lutto va inteso come elaborazione e lavacro, come luogo su cui spingersi per ripulirsi da vecchie ferite mai sanate; il bagno fluido inteso come immersione purificatrice ci aiuta ad emergere più consapevoli, più forti nella propria identificazione.

Arte contemporanea: Gibellina e Burri

Dopo Van Gogh e Picasso per quanto riguarda l’arte contemporanea Recalcati cita il terzo riferimento: Burri, l’artista che si fa promotore di attingere all’arte, per dare nuovo significato alla città di Gibellina, contratta e persa nel terremoto del 1958.

L’artista pensa allora ad una risposta rivoluzionaria. Burri non vuole, come altri artisti sceglieranno di fare, rifare la città sepolta a 30-40 km di distanza dal suo sito originario con opere che ne qualifichino la testimonianza, ma chiede al sindaco di essere portato su quelle macerie. E qui, su quelle macerie, per la prima volta Burri, davanti a quel trauma, si commuove e piange. Il flusso della forte emozione incontrata lo spinge ad agire, e decide il da farsi. Il desiderio che nasce e da cui si protrae la scelta è quello di realizzare un’opera d’arte che parli di quel vuoto che sembra essere incolmabile; di cercare di realizzare cognitivamente quel vuoto proprio dove la città è caduta sotto i colpi del terremoto.

Burri costruisce un Cretto coprendo la città devastata con una colata di cemento bianco che viene riversato sulla città morta. Perché bianco? Come ben spiega Recalcati, in questa opera d’arte di grande maestria il bianco del cemento vuole simbolizzare la luce, l’energia della vita che si espande; mentre la memoria è stretta in quel Cretto, è incorporata nel buio, nel nulla.

Recalcati in questa trasmissione del sapere e della conoscenza accenna al valore del silenzio; egli parla di maestosità del paesaggio a Gibellina dove il silenzio risulta essere più evocativo di qualsiasi parola, di qualsiasi rumore che non riesce mai ad eccedere nella grazia di quella visione. Il bianco candido come si sottolinea assurge al tema della rinascita, a quello della risurrezione, all’istinto primordiale del ricominciare. La ferita attraverso quel Cretto assurge a poesia.

La Pandemia e l’Arte nel “Tocco

In un periodo così forte e particolare come il nostro dove la pandemia sembra dettare le sue regole e la sua legge, diviene prioritario ed essenziale trovare quella via che ci distingue gli uni dagli altri, unici nella propria differenza, quella ricchezza che nell’arte sa esprimere il tocco, sa emanciparsi.

Oggi, più che mai, preme questo pronunciamento artistico, questa costruzione che è tanto più significativa quanto più la ferita è aperta, invasiva. La vera azione politica, la Polis come cittadinanza evoluta, dovrebbe lavorare costantemente a far emergere queste ferite attraverso la costruzione del pensiero libero, laico, del talento che ambisce al tocco artistico come riscatto.

La politica fino ad oggi ha finto che queste ferite non esistessero e la pandemia, in contralto, sembra voler insegnare che questo è un tempo diverso, che la domanda deve sorgere da altro. Le ferite quindi devono essere viste come la grande opportunità del nostro secolo, le occasioni di contrasto ad un costruito oramai desueto.

Questa crisi chiaramente colpisce i più fragili, i deboli e la politica dovrebbe stare, in un concetto alto di Cura, vicino proprio a chi cade, a chi non trova parole per riemergere dal caos. In tal senso la nostra Comunità di destino deve essere percepita come una comunità di costruttori dove ognuno si possa esprimere attraverso la cura di un orto, di una vigna, di una relazione, l’espressione di un’idea, di una visione.

Non sei tu che devi guardare l’opera di un artista – sottolinea Recalcati – ma è l’opera che ti deve guardare”.

Arte erotica

Quell’opera deve suggerire una sorta di fascinazione, di rapimento dove sentirsi investiti da un significato profondo legato all’essenza dell’uomo. In questo senso, e non potrebbe essere diversamente, l’Arte si affianca all’Erotica come dovrebbe avvenire nella relazione fra insegnante e discepolo dove chi insegna nutre in odore di cura e di bellezza.

Senza cultura e senza cura siamo una società che soccombe agli istinti primordiali dove la figura patriarcale sopprime l’alterità; una società che soccombe dove vige e primeggia il brutale, il violento e il manipolatore.
Dove, invece, sussiste il gesto, il guizzo di luce, la fenditura del bianco, immancabilmente il desiderio di vita si protrae inducendo a un significato più profondo chi assiste, chi osserva.

Anche il filosofo Umberto Galimberti in una intervista accenna alla vita e al dolore nell’arte: “Lo psicoterapeuta, come un artista, deve imparare a conoscere sia le proprie possibilità che gli strumenti di lavoro, e deve avere un tipo particolare di fede. E’ di fondamentale importanza che sia consapevole della propria follia, avendola attraversata, per riconoscere quella dell’altro, che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli dell’altro, che possa sentire il proprio corpo per sostenere la possibilità dell’altro”.

Il punto cruciale e dominante è proprio questo: bisogna imparare ad entrare nel proprio dolore per riuscire ad attraversarlo e a viverlo, poi,  con uno spessore diverso e da qui poter veicolare la propria solvenza in un rapporto di fiducia con chi ha bisogno di ascolto e di cura. In questo senso credo che un buon ascolto come una buona pratica della scrittura, intesa come cura e conoscenza di sé (strumento esplicitamente catartico), possa aiutare e facilitare il compito della trasparenza e della fiducia.

Arte terapia: la scrittura

La scrittura in tal senso e oramai in più realtà sociali rientra nelle tecniche di Arte terapia concedendo al singolo di appropriarsi di una visione più ampia del proprio sé e infondendo capacità emergenti che stimolano l’approfondimento della educazione emotiva.

Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno. Scrivo perché posso prendere parte della vita reale solo trasformandola. Scrivo per non raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice, scrivo per essere felice” (Orhan Pamuk).

L’importanza dell’artista è di essere se stesso nel percorso di conoscenza, lo stesso Galimberti afferma: “Essere se stesso è un luogo d’identità solido, uno zoccolo duro”. E ancora sul sentimento che viene nutrito attraverso l’arte, il filosofo raccomanda: “Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono: il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un’altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o debolezza, una scelta che non è la nostra, guai ad essere stranieri della propria vita. La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute […] Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita”.

E ancora: “L’emozione è essenzialmente relazione”. “Poi si cresce, e nell’educazione della prima infanzia vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e un’educazione intellettuale, ma non un’educazione emotiva, che poi è l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure”.

Ogni persona è come se avesse un nucleo profondo del sé e la tecnica, lo strumento referente diventa elemento privilegiato per entrare nel proprio racconto, nella propria follia. Per lo stesso filosofo diventa sempre più necessario costruire cultura attraverso la consapevolezza; determinante fare amare la cultura nella scuola arrivando nelle aule con libri, la letteratura, perché la Cultura è veramente la prima terapia.

La condivisione con l’altro, la scrittura come cura e conoscenza di sé, i libri che vengono letti, diventano tutti strumenti che possono portare nuove idee, stimolare talenti e solo così vengono ampliate le conoscenze mentali ed emotive del singolo e della nostra comunità di destino. E solo così si afferra quanto questa cultura possa produrre in capacità performative che aiutano quando si vive un dolore o una sofferenza intensa con la possibilità di non farsi chiudere definitivamente nell’angoscia e nell’ansia.

Elaborare buone strategie di intervento è importante e l’Arte aiuta; è determinante praticare ciò che si ritiene più idoneo alle proprie peculiarità per riuscire a superare stati emotivi che rischiano di cristallizzarsi nella persona, che se annichiliti sembrano non creare aperture di fiducia, di speranza e di superamento verso il domani.

Eugenio Borgna: il fiume della vita

Il grande psichiatra Eugenio Borgna nella sua autobiografia Il fiume della vita – Una storia interiore si sofferma su diversi punti fondamentali a cui tutti noi dobbiamo prestare attenzione. “Non dovremmo mai dimenticare, lo ripeto senza fine, che senza analizzare cosa avviene in noi, nella nostra vita interiore, nulla sapremo cogliere dalle emozioni dei pazienti, e delle cose da dire loro”. Come evidenzia egli stesso in molte parti del suo testo, la psichiatria non è mai solo terapia del farmaco ma, ancora prima, medicina dell’interiorità. Egli scrive: “La psichiatria è chiamata a scendere nel cuore dei pensieri e delle emozioni delle persone, alle quali si rivolge, avviandosi alla comprensione del mistero della cura, che non può se non essere comunità di cura, e talora comunità di destino”.

Borgna evidenzia quanto sia importante prendersi cura dell’altro, con cuore, con profondo ascolto di quella emotività e questo percorso deve necessariamente essere legato ad un profondo lavoro del sé.

Borgna spesso fa riferimento agli elementi poetici sia negli eventi culturali a cui partecipa sia nei suoi testi; si sofferma molto sull’egida della gentilezza, sul carisma dell’ascolto: “La psichiatria non può fare a meno della poesia che l’aiuta a riconoscere la fragilità e l’umanità della follia”, follia e poesia che confluiscono in una splendida associazione creativa.

La scrittura fa parte della mia vita ed è diventata metodo per molti, uno strumento di conoscenza profondo e una terapia per me, e per molti che camminano su strade assonanti. Galimberti a questo riguardo in una sua intervista consolida il mio credo personale: “Scrivere è una terapia, ti devi liberare dal tormento di un’idea…”. Il processo della scrittura è faticoso, come ben accenna, e la scrittura deve risentire di immagini appunto immaginifiche…

Arte terapia come cura

Parlando di Arte e terapia mi sento indotta a citare il concetto di Cura, e per entrare in questo mondo che a tratti, per alcuni di noi, può sembrare surreale e difficilmente interpretabile, bisogna fare uno sforzo di immaginazione e farci guidare dalla nostra curiosità, dalla ricerca del sé che è illimitata.   

“Ecco dunque tre concetti puri che divengono essenziali in un percorso di conoscenza interiore: coraggio, immaginazione, ricerca, dai quali partire per risorgere. Possiamo definire l’autocura una disciplina introspettiva: una forma di ricerca che però tende verso l’alto. La natura umana, quindi, ne può uscire rinvigorita. Quando crediamo nelle sue potenzialità, anche l’immaginazione, come forma mentis su cui agire, diviene forza propedeutica. Quella immaginazione fertile che tutela, che spesso ci conduce altrove, che permette di varcare quella soglia oltre cui possiamo incontrare anche segni di trascendenza” (dal mio testo Non avere paura. Conoscersi per Curarsi).

“Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere […] La verità è una terra senza sentieri. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo […] Per cui è uno strano processo che richiede una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze […] Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario” (Tiziano Terzani).

“E una delle cose a cui tengo moltissimo è che tu capisca che quello che ho fatto io non è unico. Io non sono un’eccezione. Io questa vita me la sono inventata, e mica cento anni fa, ieri l’altro. Ognuno lo può fare, ci vuole solo coraggio, determinazione, e un senso di sé che non sia quello piccino della carriera e dei soldi; che sia il senso che sei parte di questa cosa meravigliosa che è tutta qui attorno a noi. Vorrei che il mio messaggio fosse un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vuoi… Una vita in cui ti riconosci” (Tiziano Terzani).

Articolo integrale

 

Roberto Stefano Moro, Presidente di Comitato SocialMente PALESTRA COGNITIVA, manifesta le sue riflessioni sugli stimoli cognitivi prodotti dall'installazione concettuale "Sunday" dell'artista Maurizio Cattelan, in esposizione presso la galleria commerciale Gagosian di New York.

Moro è partito dall'esame di questo video : "al di là del prevedibile forte imbarazzo di qualche signora per la minzione del clochard, sono emersi vissuti personali, tra i quali il ricordo di chi si vide rifiutare il visto in quanto iscritto al Pci, oltre a numerosi vissuti famigliari. 

Ho quindi cercato di capire le ragioni della buona accoglienza dell’opera da parte di persone che, artisticamente, sono e restano fieramente figurative. Ho ipotizzato che in "Sunday" i segni fossero chiari e comprensibili: oro per la ricchezza, fori di proiettili per la violenza, una persona senza fissa dimora per l’emarginazione. Che il linguaggio iconico, di facile comprensione, abbia dato concretezza (materia, sangue, carne) e leggibilità al concetto che l’artista voleva trasmettere, l’esistenza di forti contrasti nella società USA. Per verificare la mia ipotesi, dopo aver condiviso l’intenzione di Cattelan di rappresentare la ricchezza, la violenza e l’emarginazione della società USA, ho proposto a chi non aveva ancora osservato l’installazione di individuare i rispettivi segni materiali. Risultato: individuati velocemente i segni della ricchezza e dell’emarginazione, idem per la violenza, una volta compreso che si trattava di fori di proiettili.

Dunque: un’opera contemporanea e concettuale può essere proposta a un pubblico come quello di SocialMente, composto da persone anziane, molte delle quali con lieve declino cognitivo e con la sola licenza elementare. A condizione di essere di facile lettura. Questo criterio guiderà le scelte future. È essenziale che le opere proposte a SocialMente siano cognitivamente accessibili, in caso contrario contribuirebbero a rafforzare ansie, insicurezze e rifiuti aprioristici portati dal declino cognitivo.

Invece, di fronte all’arte astratta, dove al titolo non corrisponde alcun segno leggibile, le difficoltà sussistono. Nella nostra esperienza abbiamo preso atto che il titolo viene vissuto come cervellotico e forzato e non di rado ingenera fastidio nello spettatore (“mi prende in giro?”). 

Se l’opera d’ arte astratta è senza titolo, come accade con sempre maggiore frequenza, lo spettatore può interpretare l’opera attingendo in totale libertà al suo bagaglio emotivo e cognitivo e può darsi che si attivi il suo circuito mente-cuore, senza il quale nessuna stimolazione cognitiva può risultare efficace.

 

In conclusione, penso sia importante, al di là delle indubbie difficoltà, continuare a proporre opere di arte contemporanea concettuali e, in misura minore, astratte. Se l’aggancio riesce si supera il famoso “tanto io non la capisco”, con grande soddisfazione dello spettatore che improvvisamente scopre di poter superare il limite invalicabile dell’arte figurativa e di capire quella cospicua parte di arte contemporanea che ha rinunciato al riconoscibile". 

 

📷 Photo credit: Finestresull'Arte

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