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Joan Baez racconta il potere terapeutico della poesia e dell'arte

La famosa cantautrice statunitense e attivista Joan Baez, nota anche per essere stata musa ispiratrice di Bob Dylan, si è raccontata sulle pagine di Repubblica parlando anche del suo rapporto con la poesia e con l'arte; ve ne riportiamo un estratto

 

[...] Oggi, dopo decenni di attivismo, come vede il ruolo della poesia come strumento di consapevolezza e cambiamento sociale?

«Credo sia come la musica, solo che la musica ha più possibilità di raggiungere la gente. In un certo senso, la poesia è più oscura. Non è ascoltata da tanti, ma tocca i cuori. Sono in un Paese dove in tanti non leggono e devo dire che sono una di loro. Non ho mai letto. Non ero una lettrice a scuola. Ma ascolto. Ascolto la parola parlata, i podcast, i libri. Ascolto i libri. È meglio se la voce è bella. Se la voce non è bella, non riesco ad ascoltare. Ma sì, la poesia per me è fondamentale. Scrivere poesie mi ha salvato la vita».

Attraverso questo libro ha parlato per la prima volta del suo disturbo dissociativo dell’identità: che cos’è esattamente?

«Forse ha visto i film di un po’ di tempo fa dove la personalità di qualcuno si divide e il protagonista si vede dal di fuori. È letteralmente così: si tratta di un’altra persona dentro di te. Gli altri, invece, vedono solo me naturalmente. Alcuni sono turbati dall’idea che io abbia, in pratica, diverse persone qui dentro, non vogliono sentirne parlare. Dicono: “No, no, sei sempre tu”. Sì, è il mio corpo. Ma in realtà ci sono altre voci che parlano. Ed è quello che è successo con il libro di poesie. Quando le scrivevo era il periodo in cui scoprivo tutto questo. Guardavo la pagina e vedevo... delle cose che pensavo fossero davvero buone. Ma non ricordavo di averle scritte io. E in fondo c’era la firma di qualcun altro. È una sindrome affascinante. E non mi dispiace affatto che la mia guarigione sia arrivata così, grazie alla poesia. Ora finalmente amo tutte le parti di me. È stato un viaggio lungo e difficile, ma sto bene».

Perché ha deciso di raccontarlo solo ora?

«Penso che alla mia età non abbia più nulla da perdere. Ho voluto lasciare un’eredità che fosse onesta attraverso le poesie e un film. Puoi fare un film in cui vieni fuori benissimo perché mostra solo il tuo lato buono. Oppure, cosa che pochi fanno, puoi mostrare davvero dove sono iniziati i problemi e di cosa si trattava, e il rapporto con la famiglia. Compresi gli abusi, le crisi d’ansia, la depressione. Per il film I am a noise, che racconta la mia storia, quando ho parlato con la regista, ho detto: “È tuo”. Perché non potevo scegliere io cosa metterci. Avrei iniziato subito a tagliare. Sì, voglio quello, no, non voglio l’altro. Era una donna, mi fidavo. “Prendi le chiavi ed entra”, ho detto. E quando mi sono vista in quel luogo, ho scoperto che non c’ero mai stata prima».

A proposito ancora di poesia e di dolore, in “Goodbye to the Black and White Dance” lei parla apertamente del suo percorso psicologico e cioè di quando ha scoperto che l’essenza della sua persona era in realtà un “diamante”. Cosa intende? La poesia l’ha aiutata a trasformare le sue sofferenze?

«Questa terapia ha cambiato la mia percezione. Io sapevo che la mia sofferenza era profonda e con molte sfaccettature. Ho avuto una terapeuta meravigliosa che mi ha spinta a fare arte terapia, danza terapia, a rompere cose, qualsiasi cosa possibile per far uscire tutto quello che avevo dentro. Credevo che un terapeuta ti tenesse lì sul lettino, mentre la mia diceva: “Vai e fai questo, danza, dipingi, scrivi poesie”. E le poesie continuavano a venire fuori: è stata una grande parte del processo attraverso cui sono guarita»

 

 

 Fonte notizia: Joan Baez: “America mi fai paura”/Repubblica

📷 Photo credit: Badische Zeitung, Kultur

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