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Eleonora Marini ha intervistato la Prof.ssa Alessandra Mocali, Presidentessa di Airalzh ETS, per approfondire il ruolo di questa preziosa Associazione nel sostegno a progetti di ricerca in Italia, alla prevenzione delle malattie neurodegenerative e sul ruolo supportivo dell'arteterapia; ve la proponiamo integralmente

 

L’Associazione Airalzh nasce con una missione precisa: sostenere la ricerca scientifica sull’Alzheimer. Quali sono oggi i principali progetti e obiettivi su cui state investendo?

I principali Progetti di Ricerca sono gli “Airalzh Grants for Young Researchers” (AGYR), che stiamo finanziando dal 2020, rivolti a giovani ricercatori e che riguardano essenzialmente due aspetti. Lo studio di biomarcatori – ossia alterazioni di molecole o di funzioni che possano essere utilizzati sia per la diagnosi precoce che come bersagli per futuri interventi terapeurici – e lo studio dei fattori di rischio ambientali e dei meccanismi di prevenzione mediati ad esempio da elementi nutrizionali. Oltre al finanziamento della Ricerca, l’altro importante obiettivo di Airalzh è la sensibilizzazione e corretta informazione sugli avanzamenti della Ricerca e sull’importanza della prevenzione.

 

Una delle caratteristiche di Airalzh è il sostegno ai giovani ricercatori attraverso bandi e finanziamenti. Perché avete scelto di puntare in modo così deciso sulle nuove generazioni di scienziati?

Abbiamo scelto di puntare sulle “nuove generazioni” di ricercatori per ovviare al “problema”, tutto italiano, della cosiddetta “fuga dei cervelli” dal nostro Paese. Airalzh ETS, fin dalla sua costituzione, ha avuto ed ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo di carriere indipendenti dei nostri ricercatori in Italia. Pensiamo che aver investito, ad oggi, in 38 progetti di ricerca – con cifre di oltre 50.000 euro ciascuno, quindi sufficienti a poter iniziare o proseguire un percorso professionale – abbia dato un contributo a questo obiettivo. Anche la collaborazione pluriennale con la Fondazione “Armenise Harvard” di Boston va in questa direzione, anche se il sostegno è dato, sinergicamente, a Ricercatori “mid-career”. Si tratta, infatti, di una scelta che consente di indirizzare i finanziamenti verso le attività e le scoperte che hanno necessità di consolidare i risultati in una fase estremamente delicata nella carriera di uno scienziato.

 

Quanto è importante oggi investire nella diagnosi precoce e nella prevenzione, oltre che nella ricerca di nuove terapie?

La diagnosi precoce è indispensabile perché sappiamo che lo sviluppo, a livello cerebrale, della malattia inizia anni, talvolta decenni prima dell’apparire dei sintomi, quando le possibilità di intervento si riducono notevolmente.  Ancora non esistono delle cure risolutive, ma possiamo rallentare lo sviluppo della malattia intervenendo precocemente. La prevenzione, sotto questo punto di vista, sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, stabilito che, anche la demenza, può essere prevenuta o almeno “posticipata” o “rallentata” se fin da giovani si tengono corretti stili di vita. È stato infatti dimostrato che, proprio gli stili di vita, siano in grado di interferire anche su alcuni fattori di rischio genetici. Per questo la nostra Associazione si sta impegnando al massimo per la sensibilizzazione, anche nelle scuole, su questo argomento.

 

Airalzh è entrata a far parte del network “Cultura è Salute”, che promuove il ruolo delle arti e della cultura nel benessere delle persone. Cosa vi ha spinto ad aderire a questa rete?

La motivazione è legata proprio all’Arte ed al ruolo che questa ricopre all’interno della malattia di Alzheimer, in quanto rappresenta una possibilità di esplorare nuovi percorsi di cura, ed è dimostrato che può regalare al paziente una migliore qualità della vita. A questo proposito, nel 2024 e successivamente nel 2025, abbiamo indetto il Bando “Art Therapy” con l’obiettivo di finanziare un Progetto di Ricerca, del valore di 50mila Euro per bando, che punti allo studio delle tecniche di arte-terapia nel trattamento dei sintomi cognitivi e comportamentali nelle persone affette da malattia di Alzheimer o disturbo cognitivo lieve. Verso la fine di aprile di quest’anno, invece, è stato presentato “Creative Age – Musei e Arte per l’Alzheimer: percorsi di benessere e inclusione per persone con demenza e i loro caregiver”, con l’obiettivo di promuovere la qualità della vita delle persone con demenza e a contrastare l’isolamento delle famiglie attraverso percorsi culturali dedicati all’interno dei Musei delle province di Bergamo, Brescia e Pavia. Questa attività segue quanto iniziato come progetto pilota nel biennio 2024-25 e attualmente riproposto in Mugello – Toscana con il progetto “Tracce di memoria”.

 

In che modo attività come musica, pittura, teatro o scrittura possono aiutare le persone con Alzheimer o con altre forme di demenza?

L’Arte, in ogni sua forma, stimola circuiti emozionali che si conservano fino agli stadi avanzati delle varie forme di demenza. Attivando queste vie, riduce ansia, depressione e disturbi comportamentali, migliorando la vita dei malati. Numerosi musei, alcuni dei quali sostenuti da Airalzh ETS, offrono programmi specifici per persone con Alzheimer. Queste attività permettono ai pazienti e ai loro carer di uscire dall’isolamento, aiutano i malati a ritrovare la propria identità e, per i famigliari, rappresentano un’importante occasione di confronto, condivisione ed inserimento sociale.

 

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di arteterapia. Quali evidenze scientifiche esistono sui benefici di questi approcci nel mantenimento delle capacità cognitive e relazionali?

Si tratta di un argomento ancora molto dibattuto, dove non tutta la comunità scientifica riconosce questi effetti misurabili in modo oggettivo sul decadimento cognitivo. Anche noi di Airalzh, con i progetti finanziati dai bandi, vogliamo portare un contributo. Personalmente ho visto come lo stato di serenità ed il sentirsi parte di un gruppo possa contribuire a far emergere le capacità cognitive residue di queste persone. Sappiamo che l’Alzheimer è una malattia “della famiglia”, in quanto il carico assistenziale ma soprattutto emotivo, coinvolge in primo luogo i famigliari. Creare momenti di condivisione e di uscita dalla solitudine della famiglia attraverso percorsi di cultura alle persone che accompagnano i loro cari in queste attività è estremamente importante. Spesso è difficile convincerli ad uscire dall’isolamento e dallo stigma. Molto importante è anche il “passaparola” tra coloro che ne hanno fatto esperienza.

 

Sempre più studi suggeriscono che uno stile di vita sano possa ridurre il rischio di sviluppare demenze. Quali comportamenti consigliate ai cittadini per prendersi cura del proprio cervello?

Dal 2024 abbiamo prodotto alcuni “quaderni della prevenzione” (sono disponibili, scaricabili gratuitamente, online al seguente indirizzo: https://prevenzione.airalzh.it). Questi partono da ricerche, condotte dagli scienziati di Airalzh, e riguardano la corretta alimentazione, il movimento e la qualità del sonno. È in preparazione, invece, il quaderno sull’importanza del socializzare.

 

Guardando ai prossimi dieci anni, quale scoperta o innovazione potrebbe cambiare davvero la storia dell’Alzheimer?

Da qualche anno sono in fase di sperimentazione clinica molti farmaci ed interventi su bersagli diversi, ma non è possibile, al momento, ipotizzare quando si arriverà ad una svolta. Secondo il mio punto di vista, però, è importante che si parli di farmaci, o trattamenti non farmacologici attivi, non tanto sui sintomi, quanto sul meccanismo di sviluppo della malattia, che sappiamo non dipendere solo da un fattore. Servirà, quindi, un’integrazione tra le varie terapie, ma sarà altrettanto indispensabile che il nostro Servizio Sanitario Nazionale sia pronto per la presa in carico dei pazienti, per la gestione e distribuzione corretta delle cure.

Come le imprese sostenibili favoriscono la vita culturale dei dipendenti, in azienda e nelle proprie comunità? Nel pomeriggio del 2 Luglio se ne parla in un Forum, a Milano, nel corso dell'evento “il ruolo delle Imprese” Ore 15.00 al Theater – MEET Digital Culture Center – Viale Vittorio Veneto, 2 – Milano.

La partecipazione è libera, obbligatoria la prenotazione qui

I temi affrontati: il riconoscimento delle arti come risorsa per la salute, l’evoluzione delle pratiche di welfare culturale, il rapporto tra cultura e corporate welfare, il ruolo delle imprese nella promozione del benessere in azienda, le esperienze di bellezza e arte nei luoghi di cura, le prospettive future di integrazione tra creatività, salute e sviluppo organizzativo.

Un approfondimento, in questo articolo

 

📷 Photo credit: Eventbrite

Anche ad Enna la direzione sembra nettamente tracciata: si va verso le medical humanities.

Oltre al progetto di pet therapy arrivano anche i concerti che portano la musica in ospedale, per alleviare la quotidianità del ricovero dei pazienti e per allietare i loro famigliari, il personale sanitario e tutti coloro che desiderano assistere: l'orchestra ennese "Francesco Paolo Neglia", in collaborazione con l'associazione Crescere Insieme, ha curato la prima di un ciclo di esibizioni che vogliono anche rafforzare la percezione dell'ospedale come bene della collettività e non solo come luogo di cura.

Le parole del Direttore Generale dell'Asp di Enna, Mario Zappia: "Attraverso l’arte vogliamo affermare un'idea di sanità nella quale la cura della persona non si esaurisce nella terapia ma comprende anche la sua dimensione umana ed emotiva. La musica, la bellezza, qualche ora leggera, non sono un di più rispetto alle cure e al prezioso lavoro che ogni giorno svolgono tutti i professionisti nei reparti, ma possono esserne parte integrante contribuendo al benessere dei pazienti, alleggerendo il peso della degenza per rendere l'ospedale un luogo di tutti, più accogliente e positivo, dove si pensi non solo alla sofferenza ma soprattutto alla guarigione”.

Qui la notizia di Ennavivi

Il progetto pilota “La vita nelle mani”, nato tra Ottobre 2025 e il Maggio 2026 presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria del IX Municipio di Roma, risponde all'urgenza di far fronte al malessere contemporaneo delle giovani generazioni che sfocia in dipendenze digitali, ritiro sociale e anestesia emotiva, e richiede risposte corali capaci di superare i vecchi confini tra sanità, scuola e cultura attraverso un modello strutturato di welfare culturale integrato.

Nella intervista a cura di Eleonora Marini, la promotrice Sandra Pierpaoli, Presidente di CDI narrAZIONI, ripercorre le fondamenta scientifiche e le tappe di un percorso innovativo che unisce la medicina generale, i luoghi d’arte e il rigore clinico della Drammaterapia Integrata delineando un’architettura di legami pronta a diventare linee metodologiche replicabili a livello nazionale; ve la riportiamo integralmente.

 

ll progetto “La vita nelle mani” propone un modello di welfare culturale integrato. Cosa significa concretamente e perché oggi è necessario superare una visione che separa cultura, salute e sociale?


Il mondo contemporaneo ci mette di fronte a problemi sempre più complessi, di fronte ai quali le risposte frammentate dei singoli settori non bastano più. Il malessere, soprattutto tra i giovani, fatto di isolamento, dipendenze digitali, lesionismo e autolesionismo, nasce da una profonda anestesia del corpo e delle emozioni. Oggi creare un modello di cura basato sul dialogo tra cultura, salute e sociale diventa quindi indispensabile: abbiamo bisogno di un modello in cui la bellezza, l’arte, la medicina, la psicologia e l’aiuto sociale lavorino insieme per curare la persona nella sua interezza corporea e relazionale, superando i vecchi schemi isolati. Inoltre, se considerare la cultura come una risorsa preziosa è il fondamento di ogni progetto di welfare culturale, nel nostro modello integrato questo concetto si evolve e diventa un vero e proprio ecosistema di cura, che offre percorsi creativi calibrati sui diversi livelli di complessità e sui bisogni specifici di ognuno.

 

Perché questo titolo, “La vita nelle mani”?

Alla base del nostro progetto c’è la necessità di riscoprire la corporeità come strumento di conoscenza e di relazione, soprattutto in un’era in cui passiamo troppo tempo a toccare il vetro freddo di uno schermo digitale. Questo titolo vuole anche rendere omaggio all’eredità di Tonino Aspergo, un artigiano, artista e counselor, scomparso nel 2022 che ha dedicato buona parte della sua vita a insegnare ai giovani il valore del lavoro manuale come veicolo per creare bellezza, ma anche per costruire relazioni e solidarietà. Rimettere la vita nelle mani significa riattivare il legame profondo che connette cervello, cuore, corpo e parole, oggi troppo spesso interrotto. In questo modo, la cura smette di essere solo una fredda applicazione di protocolli e diventa un percorso per aiutare ogni persona a ritrovare la propria reale integrazione.

 

In che modo il metodo di Drammaterapia integrata di CDI narrAZIONI supporta questo ecosistema di cura?


Il nostro metodo rappresenta il collante scientifico dell’intero ecosistema, poiché è stato strutturato da un team di professionisti per integrare cura clinica, sanità digitale, terzo settore e welfare culturale. Grazie a studi pilota realizzati in ambiti complessi, come l’oncologia, le malattie reumatologiche e rare e la procreazione medicalmente assistita, la Drammaterapia Integrata è stata validata dalla comunità scientifica attraverso pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali. Questo garantisce un elevato rigore clinico sia nei percorsi digitali sia in quelli in presenza, orientati alla cura della persona attraverso una profonda integrazione tra mente e corpo, nella quale le risorse creative svolgono un ruolo di connessione. Il metodo combina tecniche psicocorporee, narrative e immaginative con le arti terapie, dando vita a percorsi creativi fondati su specifiche metafore, selezionate in base al mondo simbolico e alle esigenze dell’utente. Allo stesso tempo, possiede un elevato grado di flessibilità e può essere adattato a differenti contesti e finalità: dalla promozione del benessere e della qualità delle relazioni fino al trattamento del disturbo. Questa versatilità consente al modello di estendere la propria dimensione di cura anche ad ambiti non strettamente clinici.

 

Nel convegno da voi organizzato avete riunito professionisti della salute, arti, educatori, istituzioni e operatori culturali. Quanto è importante creare un dialogo tra mondi che tradizionalmente lavorano in modo separato?


È di fondamentale importanza perché l’incontro tra questi mondi permette di superare la parzialità delle risposte tradizionali, mettendo al centro il disagio in modo unitario. Il confronto abbatte l’isolamento istituzionale e getta le basi per programmare strategie stabili di salute pubblica basate sulle pratiche culturali ed artistiche. Il Convegno che abbiamo recentemente organizzato presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria ha permesso uno scambio inedito tra mondi che normalmente parlano linguaggi differenti, consentendo di gettare le basi per un terreno comune che rappresenta il vero e proprio manifesto scientifico del nostro modello. Per tradurre questo dialogo in azioni concrete, il nostro ecosistema punta su una formazione specialistica bidirezionale che vede, da un lato, il Dipartimento di Salute Mentale della ASL guidare i medici di medicina generale verso l’uso della ricetta sociale e, dall’altro, offrire agli psicologi percorsi formativi, mirati all’ applicazione della Drammaterapia Integrata. Promuoviamo inoltre la collaborazione con i musei nella messa a punto coordinata di percorsi interattivi che fungano da stimolo per i nostri laboratori.   In questo modo la cooperazione tra sanità, arte e cultura diventa una rete solida e un reale strumento di benessere comunitario.

 

Avete scelto di affiancare al convegno una mostra realizzata con un liceo e laboratori dedicati ai centri di formazione professionale. Perché coinvolgere direttamente i giovani in questo percorso? Ed in che modo le attività espressive e artistiche possono diventare un fattore di prevenzione?


I giovani sono stati i veri protagonisti dell’iniziativa, perché il progetto è nato per rispondere ai dati allarmanti che si registrano su tutto il territorio nazionale, ma in particolare nel Lazio, regione ai vertici per il ritiro sociale cronico, le dipendenze digitali che colpiscono oltre l’11% dei ragazzi e il consumo di psicofarmaci sotto i 18 anni più alto d’Italia. Attraverso la partecipazione a laboratori dedicati al tema delle mani, l’allestimento di una mostra, la produzione di un video e di un articolo, gli studenti del Liceo Artistico San Giuseppe di Grottaferrata hanno approfondito il significato delle mani, donandoci bellissime opere e significative riflessioni: una studentessa, per esempio, ha definito questa riscoperta come un “atto di ribellione poetica” contro la freddezza degli schermi. Nei laboratori rivolti ai Centri di formazione professionale Capodarco e Nathan, le nostre proposte di mediazione artistica hanno messo al centro la fragilità, permettendo ai ragazzi di incontrarsi, superando le barriere delle parole. Abbiamo proposto attività che fanno prevenzione perché rompono il rischio di isolamento digitale, relazionale e sociale. Toccare e modellare materiali veri, riscoprire il contatto con l’altro, obbliga a rispettare i tempi della realtà, accettare l’errore e trasformare l’ansia in un gesto creativo anziché in un atto distruttivo o autodistruttivo.

 

Nel vostro approccio il paziente, o più in generale la persona, non è solo destinatario di un intervento, ma protagonista di un processo creativo. Quanto conta questa partecipazione attiva nei percorsi di salute e inclusione?


La partecipazione attiva cambia tutto perché trasforma la cura da un trattamento passivo a un’esperienza viva e personalizzata, volta a sollecitare e potenziare la creatività come risorsa fondamentale per affrontare il disagio. Nel nostro format di welfare culturale integrato, l’utente diventa protagonista tramite la “narrAZIONE“, un approccio che favorisce l’espressione globale e lo sblocco di emozioni profonde grazie all’attivazione di tutti i canali sensoriali. L’uso della creatività consente alla persona di abbandonare il ruolo di utente passivo, perché chi partecipa impara a rileggere il proprio problema da nuovi punti di vista e ad assumere uno sguardo aperto a molte nuove opportunità. Questo coinvolgimento diretto ed espressivo è l’elemento chiave che trasforma l’intervento clinico in un vero cammino di risocializzazione e di inclusione.

In questo modello il supporto tecnologico gioca un ruolo centrale. In che modo è possibile capovolgere la funzione “isolante” dello strumento digitale?


Nel nostro modello la tecnologia viene inserita in un ecosistema strutturato, dove la ricetta sociale del medico viene accolta da uno Sportello psicologico digitale con funzione di Link Worker. Questo servizio orienta l’utente verso percorsi differenziati per complessità, che possono essere individuali, digitali o in presenza, fino ad attività espressive di gruppo. Questa architettura si avvale della partnership con due piattaforme messe a punto da DNM e Eikon, entrambe Società Benefit Srl, nate dal lavoro pionieristico dell’antropologa Cristina Cenci. In particolare PsyDit si occupa di metodi narrativi innovativi e CuraPerMe di terapie integrate con la consulenza scientifica del Policlinico Gemelli. Grazie all’attivazione di questo ecosistema di cura, lo strumento digitale diventa un canale di aggancio sicuro e accessibile, una porta virtuale per intercettare il giovane nel suo contesto e accompagnarlo gradualmente a riprendere la relazione e il contatto reale.

 

Che ruolo possono avere scuole, musei, teatri e centri culturali nella costruzione di un welfare che non si limiti all’assistenza, ma promuova benessere e partecipazione?


Questi luoghi hanno l’opportunità di valorizzare la propria funzione naturale per diventare presidi di salute attiva sul territorio. La scuola, che è già lo spazio fondamentale in cui i ragazzi sperimentano e costruiscono la propria identità, trova un valore aggiunto integrando i laboratori artistici partecipati come risorsa per prevenire il disagio e accrescere il benessere psicofisico, trasformando anche i percorsi di Formazione Scuola Lavoro in una preziosa opportunità di prevenzione, orientamento e crescita. Allo stesso modo, intendiamo collaborare strettamente con i servizi educativi dei musei per riconoscere e dare un esplicito valore di cura alle attività esperienziali e sensoriali che loro già svolgono quotidianamente. Portando i luoghi di cultura verso questa nuova dimensione di cura condivisa, tutti questi spazi possono aiutare a costruire legami basati sull’empatia e sulla collaborazione, accogliendo anche le fragilità all’interno della comunità.

 

Si parla sempre più spesso di “prescrizione sociale”, cioè della possibilità che medici e operatori sanitari indirizzino le persone verso attività culturali, artistiche o di comunità come complemento ai percorsi di cura. Quali potenzialità vede in questo approccio e pensa che possa diventare uno strumento concreto anche nel sistema sanitario italiano?


Le potenzialità per affrontare l’isolamento sociale in molte categorie, dagli anziani soli a chi vive forme di marginalità o disagio psichico, sono enormi, anche grazie alla solida base istituzionale del Protocollo nazionale siglato ad aprile 2026 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute e alle sperimentazioni nate in regioni come Piemonte, Lombardia, Trentino e Toscana, per citarne solo alcune.  Dal punto di vista operativo parliamo di una procedura nuova e fortemente innovativa, e siamo consapevoli che realisticamente ci vorrà del tempo affinché diventi una pratica consolidata e quotidiana nel nostro sistema sanitario, sebbene sia un approccio che porta con sé anche importanti vantaggi economici, poiché riduce la pressione sugli ospedali, l’uso di psicofarmaci e la spesa sanitaria pubblica. Tuttavia si tratta di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, come la scuola, il comune, la sanità e i musei a un radicale cambio di paradigma e il dialogo iniziato con il nostro evento si è voluto muovere proprio in questa direzione. Il nostro progetto pilota nel territorio romano vuole rappresentare un esempio concreto dell’efficacia di questo strumento innovativo, iniziando ad applicarlo con un target specifico, per migliorare il benessere tra i giovani.

 

Guardando al futuro, quali sono i primi sviluppi del progetto “La vita nelle mani”?


I prossimi passi sono concreti: in partnership strategica con l’APS Save the Family, abbiamo candidato un progetto sistemico per il bando regionale Comunità Solidali 2026. L’esito positivo del bando potrebbe rappresentare per noi un significativo acceleratore, ma l’apprezzamento delle istituzioni ha già consolidato una rete d’eccellenza solida e potenzialmente operativa, pronta a muoversi eventualmente anche in altre direzioni per intercettare ulteriori forme di finanziamento. Il consenso ricevuto garantisce la continuità della nostra azione per attivare comunque il progetto pilota nel IX Municipio di Roma, grazie alla sinergia formata dallo stesso Municipio, dal Distretto IX della ASL Roma 2, dal Museo delle Civiltà e della Direzione Regionale Musei Statali del Lazio. L’obiettivo resta applicare sul campo questo ecosistema contro il ritiro sociale tra i giovani e contemporaneamente riuscire a lanciare un programma di alta formazione in Drammaterapia Integrata per psicologi, psicoterapeuti e artiterapeuti.

 

Immagina infine che esperienze come “La vita nelle mani” possano diventare un modello replicabile a livello nazionale?


Certamente, l’intero progetto è strutturato come uno studio pilota per essere esportato in altri territori comunali, regionali nazionali, dato che questo modello è pensato per i giovani ma può essere applicato con successo a qualsiasi tipo di target sociale. La prima mossa per diffonderlo è la pubblicazione del volume monografico “La vita nelle mani: tra relazione, tradizione e creatività”, che raccoglie gli atti del Convegno e le esperienze svolte tra ottobre 2025 e maggio 2026 presso La Vaccheria. In caso di attivazione del nuovo progetto, partirà invece una ricerca apposita, grazie al monitoraggio dell’Università di Tor Vergata e dell’Osservatorio Interuniversitario Parità di genere per trasformare la nostra sperimentazione in linee metodologiche replicabili.

CDI narrAZIONI – Centro di Drammaterapia Integrata rappresenta un team d’eccellenza composto da professionisti specializzati nella cura clinica, nella sanità digitale, nel terzo settore e nel welfare culturale. Attraverso lo sviluppo e l’applicazione della Drammaterapia Integrata — metodo scientifico basato sull’unione di tecniche psicocorporee, analisi bioenergetica, arti terapie e approcci narrativi — il team progetta e valida percorsi di cura personalizzati sia in presenza che da remoto. Forte di studi pilota già pubblicati su prestigiose riviste internazionali come Frontiers, CDI narrAZIONI opera in sinergia con istituzioni pubbliche, università e aziende sanitarie per trasformare la mediazione artistica e la prescrizione sociale in strumenti stabili, sostenibili e misurabili di salute pubblica.

 

 

Al quinto piano del King's College Hospital, direttamente sopra l'unità di terapia intensiva, c'è la prima terapia intensiva all'aperto su tetto del Regno Unito e una delle prime al mondo: può accogliere fino a sei pazienti contemporaneamente.

Il sito web "Infermieristicamente" fornisce qui alcuni dettagli interessanti: il progetto è stato affidato a due figure di spicco nel paesaggismo britannico, ovvero il Prof. Nigel Dunnett dell'Università di Sheffield, tra i massimi esponenti del naturalistic planting design e recentemente scomparso, e Sarah Price, plurimedagliata al RHS Chelsea Flower Show.

Ogni postazione esterna consta di armadietti medici resistenti alle intemperie che ospitano prese elettriche, connessioni dati e gas medicali: i pazienti possono così rimanere all'esterno senza alcuna interruzione terapeutica, esattamente come avverrebbe all'interno del reparto, ma godendo di una vegetazione selezionata con grande attenzione clinica e in grado di stimolare vista, olfatto e tatto.

La prima paziente a beneficiarne è stata una ventinovenne ricoverata da mesi in attesa di un intervento cardiaco; quando i medici e gli infermieri l'hanno portata sul tetto e la luce del sole ha raggiunto il suo viso, è scoppiata in lacrime per la gioia e l'emozione.

Il Dottor Phil Hopkins, consulente di terapia intensiva, ha aggiunto che "[...]sperimentare elementi naturali è essenziale per aiutare i pazienti a riadattarsi dopo periodi di disconnessione dalla realtà", e che "l'obiettivo del reparto non è solo salvare vite, ma ricostruirle".

Il King's Critical Care Roof Garden prevede inoltre un'area riservata al personale per le pause: uno spazio in cui allontanarsi dalle luci artificiali, dai rumori delle apparecchiature e dallo stress visivo delle stanze di degenza; per evitare quindi di sprofondare nel burnout e tornare ad assistere i pazienti in un ambiente sereno.

Tutto questo, "per restituire a chi è bloccato tra quattro mura un frammento di mondo esterno, un contatto con la realtà che esiste oltre la malattia".

 

Per ulteriori approfondimenti, ecco anche la notizia sul sito del King’s College Hospital

 

📷 Photo credit: King’s College Hospital NHS Foundation Trust 

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